Se l'Occidente aiuta i talebani

Robi Ronza

Al di là della crisi apertasi in Italia dopo il voto del Senato
sull'Afghanistan, resta il fatto che quello della presenza di nostre forze a
Kabul sarà un problema di lana caprina per qualunque governo italiano
prossimo venturo, quale che sia la coalizione politica sulla quale si
fonderà. Vale infatti la pena di ricordare qui gli elementi di fondo della
situazione afghana in quanto tale. Sul piano militare il pasticcio comincia
proprio quando, alla fine del 2001, le truppe degli Usa e dei guerriglieri
afghani loro alleati entrano vittoriose in Kabul senza incontrare la minima
resistenza. Come ciò sia potuto accadere è presto detto: abbandonata
tempestivamente la città, le forze del regime talebano si stavano ritirando
verso le loro roccaforti situate nell'Afghanistan sudorientale, al confine
con il Pakistan. Avanzando verso Kabul le truppe Usa e i loro alleati
afghani non erano mai entrati in contatto con i talebani in ritirata, e poi
si fermarono a Kabul senza inseguirli. Né i talebani in ritirata subirono
attacchi aerei di qualche rilievo.
Considerando tutti questi elementi viene da pensare che ciò sia avvenuto in
forza di qualche accordo segreto tra le due parti. Difficile dire se ciò sia
vero. Restano però i fatti, ovvero il ritiro indisturbato dei talebani da
Kabul, e il loro indisturbato riposizionamento nelle province sudorientali
dell'Afghanistan. Controllando totalmente l'esportazione illegale dell'oppio
e dei suoi derivati, di cui questi territori sono oggi i massimi produttori
sulla scala planetaria, i talebani si pagano tranquillamente le loro spese
di guerra.
Nello scorso anno si calcola che dall'oppio afghano sia state estratte 672
tonnellate di eroina, pari al 90% del mercato mondiale di questa droga.
Beninteso, in Afghanistan il papavero da oppio viene coltivato ovunque.
Mentre però nelle zone sotto controllo governativo la sua coltivazione è
combattuta (seppur in modo non molto rigoroso) nelle zone sotto controllo
talebano i contadini sono non soltanto autorizzati ma anche incoraggiati a
coltivarlo. Dal loro truce punto di vista l'esportazione di droga diventa
così un'arma doppiamente efficace: da un lato snerva la gioventù occidentale
e dall'altro rende denaro da spendere in armi e vettovagliamenti. Chi dunque
in Italia, e ovunque in Occidente, compra l'eroina e suoi derivati non solo
si autodistrugge, ma anche in pratica finanzia il terrorismo talebano. Se
durante la «Guerra Fredda» i conflitti regionali nell'emisfero Sud, tra cui
in primo luogo quello nel Vietnam, venivano finanziati a tempo indeterminato
dall'Unione Sovietica, oggi in Afghanistan siamo di fronte a un altro
conflitto anti-occidentale finanziato esso pure sine die. Paradossalmente,
però, o meglio tragicamente, il grande finanziatore non è più una potenza
avversaria come l'Urss, bensì lo stesso mercato occidentale della droga.