Se Madrid non vale una messa

«La politica non deve entrare nello sport». È sempre così. Ogni qual volta ci si trova dinnanzi a un evento straordinario, c’è chi - certo di incidere una verità sulla lapide della storia - scodella questa frase priva di qualsiasi significato logico. «Una cazzata bestiale», l’avrebbe sicuramente bollata Fantozzi. Ieri, i signori dei cinque cerchi nella testa, ovvero l’esecutivo del Comitato olimpico internazionale (Cio), hanno tentato di andare addirittura oltre, mostrando non poca ottusità e negando alla delegazione spagnola, che lo chiedeva, di esporre la propria bandiera a mezz’asta in segno di lutto per le vittime dell’incidente aereo di Madrid. Come a dire: «La vita non deve entrare nello sport». Una vera e propria assurdità.
Al di là d’aver dimostrato - come sempre - maggior sensibilità davanti ai milioni degli sponsor che alle tragedie dell’umanità, il Cio è stato costretto, solo dopo poche ore, pure a una frettolosa e scontata retromarcia, con conseguente ennesima figuraccia della propria non irreprensibile storia: accusato di insensibilità, ha dovuto acconsentire agli atleti spagnoli di commemorare i morti dell’aeroporto di Barajas. Ma - si badi bene - solo all’interno del villaggio. Quasi temessero che le lagrime per una tragedia potessero bagnare la giornata olimpica. La morale: insomma, se proprio dovete farlo, non fatevi vedere...
Non si parlasse di 153 poveri morti, la scusa diplomatica inventata dal comitato olimpico, poi, avrebbe strappato grasse risate: ma come, abbiamo fatto la stessa cosa con la Georgia per non offendere la delegazione russa... si sono difesi gli «statisti a cinque cerchi». Al di là che rimane la curiosità di sapere se, a ruoli invertiti, il Cio sarebbe stato così rigido con Mosca e così rispettoso della delegazione georgiana. È normale chiedersi: è possibile che i signori dello sport non sappiano quale differenza ci sia tra un carrarmato e un aereo civile, che mettano sullo stesso piano le vittime di una battaglia e quelle di un incidente?
Già è un’Olimpiade strana, questa. Pur di riempirsi le tasche con i milioni dell’ultimo nuovo mercato mondiale, con non poco cinismo il governo supremo dello sport ha finto di ignorare la reale situazione politica cinese, forse convinto che gli splendori e i lustrini della manifestazione potessero davvero nascondere sotto il tappeto della convenienza le brutalità di una delle ultime dittature del Pianeta. Perché i Giochi sono stati donati a Pechino, lo sanno tutti: gli affari sono affari, no? «La politica rimanga fuori».
Ma se perfino una disgrazia - che con la politica e le diplomazie non c’entra nulla - riesce a smuovere il Cio, se lo show-business teme addirittura una bandiera a mezz’asta, se nemmeno davanti a 153 poveracci bruciati vivi ci si ferma un attimo a riflettere - scusate -, ma che Olimpiadi sono queste?
Lo spettacolo deve andare avanti, ma così si dopano anche le emozioni e il dolore.