Se la maggioranza sulla politica estera suona fuori tempo

Arturo Gismondi

Massimo D’Alema nella politica è nato, ne sa, ma quando ne parla ha un tono stracco, distaccato, e anche un po’ sprezzante come è di chi non si capacita di vivere in un mondo che non capisce come faccia a stare insieme. Qualche giorno fa si è fatto intervistare dal Messaggero, e l’argomento era come sarebbe bello vivere in un Paese normale. Ha scoperto, D'Alema, che in un Paese normale «una maggioranza deve sostenere il governo sulla politica estera». Si contenta di poco, ma a leggere i giornali si capisce che il governo del quale fa parte naviga nella confusione, traduciamo pure nel casino più totale.
Sull’Afghanistan, c'è chi dice che bisogna restare ma chiusi nelle ridotte di Kabul e di Herat (forse Prodi), c’è chi dice che bisogna aumentare la truppa e mandare gli aerei chiesti dalla Nato (forse Parisi), c'è chi dice che bisogna mollare tutto, compresa la Nato, che resta peraltro una creatura dell’imperialismo Usa (Diliberto fra gli altri). D’Alema ammetterà tutto che ciò non è normale. Ma non lo è neppure che nel suo ministero convivano due sottosegretari uno dei quali, Vernetti, a proposito del Medio Oriente vorrebbe meritoriamente Israele nella Nato e l’altro, Intini, che spinge la sua equivicinanza fino a considerare male minore perché legale il Muro di Berlino, che costruì una galera per 20 milioni di tedeschi, rispetto a quello costruito da Israele per salvare il proprio popolo dagli assassini imbottiti di tritolo, inviati per trascinare nella loro follia di morte la popolazione inerme dello Stato ebraico. Di ciò, i due sottosegretari dibattono sui giornali, e figuriamoci cosa possono capire di noi a Washington, a Gerusalemme e per ogni dove.
Per D’Alema, lo sappiamo, questa non è un’Italia normale. Ma ha l’aria di chi, in questa Italia, c’è capitato per caso. E invece, se non altro per essere il leader del maggior partito di governo, qualche ruolo nell’aver messo in piedi questa prova d’orchestra felliniana, e nell’averla radunata in un solo governo, D'Alema l'ha avuto, e merita perciò di essere considerato, di questa Italia, uno dei pezzi privilegiati. E forse, se userà a dovere la sua intelligenza, che nessuno nega, D'Alema arriverà a opinare che non è neppure normale un Paese nel quale ci sono due partiti comunisti, tutti e due attestati al governo, mentre lo stesso partito da lui presieduto è definito e si definisce tuttora come post-comunista. La conoscenza del mondo gli suggerirà, per poco che ci si applichi, che non esiste Paese d’Europa, non ad ovest ma neppure ad est, con l’eccezione forse della aborrita Bielorussia, ove l’esistenza del comunismo è così presente.
E non è che questi partiti comunisti siano capitati dove sono per caso, o che ci stiano pacificamente, consci magari della fortuna che è toccata loro. Va aggiunto che del vecchio comunismo hanno ereditato tutto fuorché l’ordine mentale se uno dei loro leader, Diliberto, al quale è toccato fare persino il ministro Guardasigilli, richiesto di spiegare cosa conta di fare per risolvere questo pasticcio afghano, si è espresso così: «Noi intendiamo tenere insieme la più radicale critica alla missione e al contempo la salvaguardia più rigorosa del governo, respingendo qualunque sostegno del centrodestra». Insomma, la botte piena, la moglie ubriaca e pure lo spinello per il pupo.
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