Se la magistratura è al governo

Carlo Taormina

Non sarà sfuggito ai commentatori politici il presenzialismo di Di Pietro in questi primi mesi del governo Prodi. Lo stile a me ricorda moltissimo i tempi di Mani Pulite sotto due aspetti. La scelta dei temi ai quali affidare le ragioni del suo incessante interventismo: la moralità della politica, la correttezza nell’uso del denaro pubblico, l’insistenza sul giustizialismo; l’atteggiamento di brutale prevaricazione delle forze della sua coalizione, tutte peraltro esibitesi in una incredibile incapacità di reagire fino all’arrendevolezza.
Dopo aver trovato nell’assist offertogli dal ministro Bianchi un primo terreno fertile per raccogliere consenso intorno alle questioni ambientali legate alla costruzione delle grandi opere, Tav in testa, per Di Pietro è stata una vera manna dal cielo l’iniziativa di Mastella relativa all’indulto e, avendo abilmente subodorato la contrarietà della stragrande maggioranza della gente, si è potuto abbandonare al massimo del demagogismo.
Il successo è stato enorme ed esso ha una pluralità di sfaccettature. Il consenso manifestato dalla gente è basato, in misura non minore, sull’attacco, per così dire bipartisan, che Di Pietro non ha esitato a sferrare dando dei mafiosi e dei criminali anzitutto ai più rappresentativi settori della sua maggioranza, Ds in testa, accusati addirittura di collusione con Fi e tutti interessati, a suo dire, a garantire un futuro di libertà ai presunti criminali di rispettiva appartenenza, evidentemente col pensiero rivolto ai «furbetti del quartierino», alle grandi manovre per le scalate ai vari istituti bancari o ai mastodonti della comunicazione. Non è emersa però una reale reazione politica a questo autentico spadroneggiamento di Di Pietro.
Mi ha sbigottito, in particolare, la straordinaria condiscendenza, quasi elevata a mansuetudine, di Prodi. Non vorrei che il Di Pietro magistrato aleggi pesantemente sulla coalizione di centrosinistra, per via di cassetti pieni di carte, di segreti, di veleni oculatamente messi da parte. Fuori da questa alternativa, la spiegazione è un’altra. È stato chiarissimo a tutti il gran disappunto che la magistratura ha dimostrato nei confronti del governo Prodi dal momento in cui, dopo i primi atteggiamenti di apertura di Mastella, poi ritiratosi in buon ordine, la riforma Castelli non è stata cancellata e anzi ha trovato applicazione proprio a cominciare dall’aborrita separazione delle carriere.
Ci si sarà certamente chiesti a chi la magistratura abbia attribuito la responsabilità di questo tradimento. La risposta è scontata sotto due profili: neo e vetero comunisti, cinghia di trasmissione della magistratura militante, sono oggi sul banco degli accusati davanti al potente sindacato dei giudici.
Ma la magistratura non può rinunziare a un referente politico ed è questa la ragione per la quale Di Pietro si è offerto come paladino per l’affossamento della riforma Castelli, che sarà il cavallo di battaglia dei prossimi lavori parlamentari e che servirà a dimostrare che Di Pietro è stato scelto dalla magistratura come suo referente. E c’è davvero da augurarsi che la politica si renda conto di tutto ciò, perché gli effetti del rapporto della magistratura militante con il comunismo italiano potrebbero ripetersi con Di Pietro.
Ma la deduzione politica non si può fermare qui, perché Di Pietro non è un comunista, ma è soprattutto un autentico centrista, che non casualmente dà dei mafiosi anche ai Ds. Se l’azione politica di Di Pietro dovesse continuare con questa scelta felice dei temi sui quali combattere la sua battaglia e se a tutto ciò dovesse arridere il consenso popolare, il ragazzone di Montenero di Bisaccia avrebbe tutte le credenziali per fare il capopopolo. E nessuno deve dimenticare che l’ha già fatto con grande, grandissimo successo, passando per momenti in cui anche la presidenza della Repubblica sembrava poca cosa da offrirgli.
Sintetizzare tutto ciò come una sorta di spostamento del baricentro della politica dalla sinistra del centrosinistra a un centrismo che potrebbe mandar disperso il bipolarismo della nuova Repubblica potrebbe non essere un fuor d’opera.
Credo che sia molto opportuno riflettere su questa esponenziale crescita di Di Pietro, ieri osannato dal popolo ed egemone tra i magistrati del pool milanese, oggi nuovamente seguito dalla gente e despota nella sua maggioranza. Non prestare attenzione al fenomeno potrebbe essere fonte delle stesse conseguenze negative della giustizia politica da lui amministrata: ieri uccise la prima Repubblica, oggi potrebbe uccidere il bipolarismo, anche perché con un Prodi così gracile non vedo nel centrosinistra un trascinatore di popolo diverso da Di Pietro.