Se la «morte in diretta» diventa una moda virale

Tutto è iniziato nel 1974, con il suicidio in tv di una giornalista. Ma ora con il web è una serie inarrestabile

Valeria Robecco

da New York

La prima fu Christine Chubbuck, giornalista americana che nel 1974 diede il via all'ormai tristemente noto fenomeno delle morti in diretta. L'episodio più recente, invece, ha visto protagonista Steve Stephens, 37enne che il giorno di Pasqua ha postato su Facebook il video shock dell'omicidio di un anziano scelto a caso per le strade di Cleveland. Tra i due avvenimenti sono trascorsi 43 anni, ma la morte è sempre più spesso diventata virale negli Stati Uniti, quasi una drammatica quotidianità.

Tutto, però, è iniziato dalla giovane e ambiziosa reporter di Sarasota, in Florida. Christine Chubbuck lavorava per la stazione televisiva WXLT-TV, aveva un rapporto non idilliaco con il suo capo, qualche screzio con la madre e una diagnosi di potenziale infertilità dopo un'operazione per una cisti ovarica. Un giorno andò a intervistare il proprietario di un negozio di armi e, anche se il servizio non fu trasmesso, fece nascere in lei l'idea di comprare una pistola per uccidersi. La 29enne mise in atto il suo intento il 15 luglio, quando si tolse la vita durante la conduzione del Tg, pronunciando prima poche parole che agli spettatori parvero una delle tante notizie di cronaca. La storia di Christine ha ispirato ben due film, e da quel giorno del 1974 è lunghissima la lista degli americani che hanno seguito le sue orme.

Oggi i «mezzi» più usati sono i principali social network come Facebook, oppure YouTube, ma quando ancora il web non esisteva l'unico strumento era la tv. Dopo la giornalista della Florida è famoso il caso di Robert «Budd» Dwyer, politico americano che si suicidò durante una conferenza stampa in diretta tv la mattina del 22 gennaio 1987. Dwyer era membro della Camera, del Senato, e lavorava al ministero del Tesoro. Travolto da accuse di corruzione, frode e associazione a delinquere, rischiava una condanna fino a 55 anni di carcere, e il giorno prima della sentenza organizzò una conferenza stampa in tv a Harrisburg, in Pennsylvania, per ribadire la propria innocenza. Durante il discorso, improvvisamente, estrasse una 357 Magnum e si sparò in bocca. Solo tempo dopo la sua morte si scoprì che le accuse erano infondate.

Mentre nell'epoca del web 2.0 sono i live streaming - sempre più utilizzati dai social network per permettere agli utenti di trasmettere in diretta le loro attività - i testimoni di omicidi, suicidi, o tragiche fatalità. Proprio come è successo ad Antonio Perkins, 28enne di Chicago: nel 2016, i suoi ultimi minuti di vita sono stati trasmessi su Facebook Live e visualizzati da 700mila persone. Il ragazzo era in compagnia di alcuni amici e ha iniziato a postare in diretta immagini con il suo smartphone. A un certo punto il video è stato interrotto da alcuni colpi di pistola: un proiettile vagante ha colpito Antonio mortalmente alla testa, pare durante il regolamento di conti fra gang rivali.

Nel luglio scorso, invece, una giovane del Minnesota ha postato in live-streaming la morte del fidanzato Philando Castile, 32enne afroamericano ucciso da un agente di polizia. Castile è stato freddato nella sua auto dopo essere stato fermato dalla polizia per un banale controllo, e a rendere ancora più drammatica la vicenda è stato proprio il video shock della donna, dove si vede il 32enne in un lago di sangue. E lei, costretta a rimanere immobile con le mani in vista, urla che un agente ha appena sparato «quattro o cinque colpi» al compagno.

Una storia che ha sconvolto particolarmente l'America è quella di Katelyn Nicole Davis, una ragazzina di soli 12 anni di Polk County, in Georgia, che lo scorso 30 dicembre ha trasmesso il suo suicidio con un'app per lo streaming video chiamata Live.me. Durante la diretta di 40 minuti la teenager, che soffriva di depressione, ha raccontato di aver subito abusi sessuali da un familiare, e poi si è impiccata. L'episodio ha turbato il Paese non solo per la giovane età della vittima, ma anche perché ci sono volute ben due settimane perché il filmato venisse cancellato. Da Facebook e YouTube.

L'aspirante attore Jay Body, invece, ha posto fine alla sua vita in gennaio, sparandosi un colpo di pistola alla testa nella sua auto, a Los Angeles. Non ha postato online le immagini della sua morte, ma poco prima ha annunciato in diretta Facebook di volersi uccidere. La famiglia non appena ha visto il video ha allertato le autorità, che però non sono riuscite a trovarlo in tempo.

L'ultimo drammatico episodio è quello di Cleveland, Ohio, che ha tenuto gli Stati Uniti per giorni con il fiato sospeso. Steve Stephens, 37 anni, operatore di un centro per bambini disagiati, ha ucciso per strada un anziano scelto a caso e poi ha pubblicato il video su Facebook. Quindi ha scritto un altro messaggio, dicendo di aver ammazzato altre persone, fino a 12, ed è fuggito. Le autorità gli hanno dato la caccia in cinque Stati sino a che l'uomo, ormai braccato, si è suicidato in Pennsylvania. Una storia drammatica, dove per l'ennesima volta la morte è diventata virale, e che ha spinto il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, a promettere nuovo impegno oltre a riconoscere che il social «ha molto lavoro da fare». Ad esempio elaborare un sistema più rapido ed efficace di segnalazione, anche se non sarà facile riuscire a controllare 3,3 milioni di post al minuto in una rete con quasi 1,9 miliardi di utenti.