Se il morto è un fenomeno da t-shirt

Azouz Marzouk si è presentato in tribunale indossando una maglia con le
foto di moglie e figlio È l’ultimo di una serie, dopo i familiari delle
vittime del rogo Thyssen e i genitori di San Giuliano

Credevo che il massimo del cattivo gusto consistesse nelle foto dei bambini riprodotte dai pasticcieri (ignoro con quali alchimie) sulle torte di compleanno, per cui in questo Paese da qualche anno si tagliano a fette insieme con le millefoglie, e poi si mangiano, anche le facce dei figli. Devo constatare che negli ultimi due mesi il catalogo dell’orrore è stato aggiornato.

Eccovi le new entry. A San Giuliano di Puglia i genitori dei 27 alunni morti nel 2002 per il crollo della scuola elementare hanno ricevuto il presidente del Consiglio indossando magliette con i volti dei loro piccoli. A Torino, nell’udienza davanti al giudice Francesco Gianfrotta per il rogo del dicembre scorso alla Thyssen Krupp, alcune donne sfoggiavano t-shirt con i ritratti dei congiunti caduti sul lavoro, una terza signora aveva invece serigrafate sul petto le foto di tutte le sette vittime con lo slogan «Giustizia e condanne severe per gli indagati Thyssen»; almeno un paio delle manifestanti sorridevano al fotografo. Al processo per la strage di Erba, in corso a Como, Azouz Marzouk si è presentato con un girocollo illuminato dai sorrisi della moglie e del figlioletto. S’intravedeva anche una scritta, che poteva essere «Per ricordarvi sempre». Ignoro se l’immagine della suocera, pure sgozzata nel massacro, fosse riprodotta sulla schiena, giacché la parte lesa aveva addosso un giubbino rosso pompeiano con marchio Piston - copiato da quello della Pirelli - e altri loghi.

Azouz Marzouk ci ha ormai abituati al suo modo eccentrico di gestire il lutto. Del resto ha avuto per maestro mediatico Fabrizio Corona, che puntava a fargli indossare la t-shirt nera dei Corona’s boys durante il funerale di Raffaella e Youssef in Tunisia. Ma a tutti gli altri che gli avrà preso? Perché questa spettacolarizzazione del dolore?
Ci si potrebbe consolare considerandolo un semplice portato dell’evoluzione tecnologica. Uno dei giorni più esaltanti della mia adolescenza fu quando un venditore ambulante, che allineava un centinaio di boccette dentro una valigia, mi vendette una pozione che consentiva di trasferire le fotografie dalle pagine di un rotocalco a un foglio bianco, come se fossero decalcomanie. L’evento segnò una svolta nella produzione casalinga di giornali fatti a mano da vendere ai compagni di classe. Oggi sono a disposizione di chiunque gli strumenti più sofisticati: dai telefonini che fotografano e filmano alle stampanti che consentono di personalizzare le etichette dei Cd. E l’uso, si sa, porta sempre con sé l’abuso.

Penso invece che quell’ostentare immagini di persone morte in tragiche circostanze segnali una degenerazione. Un tempo gli psicologi curavano la scopofobia, cioè la paura morbosa di essere visti. Oggi la società è in preda alla patologia opposta: la scopofilia. Tutti vogliono vedere ed essere visti. Ciascuno avverte come inalienabile il diritto al quarto d’ora di celebrità, da concedersi anche ai defunti, e specialmente ai deceduti per cause di servizio, tanto più se la perpetuazione visiva del loro ricordo diventa un’occasione per far finire i vivi sui giornali e nei telegiornali.
Esisti se sei su Youtube. Esisti se sei su Facebook. Esisti se sei in grado di spedire un Mms con la tua effigie. Esisti se hai una webcam con cui mostrarti al compagno di chat. Esisti - è questa l’ultima frontiera per uscire dall’anonimato - se a 15 anni ti fai riprendere dai tuoi compagni mentre bestemmi in chiesa e balli sull’altare (http://it.youtube.com/watch?v=LTZ06z61fCw, vivamente sconsigliato agli animi sensibili).

Insomma, esisti soltanto se sei capace di rappresentarti per immagini. Altrimenti non esisti. Lo hanno capito tutti, e talmente bene, che persino la polizia, i carabinieri e le altre forze dell’ordine documentano in prima persona le loro operazioni fornendo i relativi filmati ai tiggì. Ormai non si contano i servizi corredati da immagini che recano in sovrimpressione il simbolo di una questura piuttosto che il grifone della Guardia di finanza. E una conferenza stampa priva della regolamentare proiezione di diapositive con Power point non comincia neppure. Beati i creduloni ancora convinti che gli agenti possano rendere lealmente i loro servigi allo Stato senza bisogno dell’autoscatto (ma anziché trafficare con le telecamere non farebbero prima a tener d’occhio i malfattori?).

Nihil sub sole novi, sia chiaro. Il mio amico Albino Longhi, l’unico ad aver diretto tre volte il Tg1, soleva ripetermi l’antico detto secondo cui vale più una cosa vista che cento raccontate. Ma qui, mi pare, stiamo esagerando. Ho visto compassati imprenditori che si filmavano mentre il capo dello Stato li riceveva al Quirinale e persino cardinali che immortalavano il Papa col cellulare durante un’udienza privata nel Palazzo apostolico. Tutto va documentato per immagini: vita sociale, opinioni, sentimenti. La parola non conta più nulla, e quella data meno ancora: vedere per credere. Se non mostri le prove, non ti fila nessuno.
Ma non c’è davvero bisogno che i parenti delle vittime di San Giuliano di Puglia, dell’incidente alla Thyssen, dell’eccidio di Erba esibiscano i volti dei loro cari sul petto. Riusciamo ancora a piangere i morti anche senza vederli. Anzi, proprio per questo, di più.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it