Se ne va Garofano, il carabiniere scienziato

CONGEDO Ufficialmente non lascia l’Arma per l’inchiesta. Nessuno sa che cosa farà

L’uomo del Ris se ne va. Abbandona. Lascia per strada un pezzo di «leggenda», sgretola l’archetipo dell’investigatore del terzo millennio, quello delle certezze incontrovertibili della scienza così superiore alle debolezze terrene, e torna umano. «Conoscere il male, vederlo ogni giorno da vicino, genera gli anticorpi per sconfiggerlo». Così sentenziava in una delle tante «rare» interviste Luciano Garofano, il colonnello in tuta bianca e mascherina simbolo delle indagini impossibili. Quello capace di incastrare l’assassino perfetto, di scovare la prova introvabile, di tornare al futuro partendo dalle scorie del passato remoto. Chissà, forse le sue certezze non erano così tali. Oggi lui, a cinquantasei anni, lascia l’Arma, le sue inchieste più o meno «perfette», e i tanti delitti ancora irrisolti che nemmeno computer e Dna hanno saputo svelare.
Luciano Garofano, il mago del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri, appende la divisa da scienziato ritrovandosi a sua volta sotto accusa. È finito nel registro degli indagati per un presunto uso improprio dei mezzi e delle strutture del Ris nell’ambito delle sue consulenze private. Le voci di corridoio però danno una versione diversa: l’investigatore in camice bianco avrebbe deciso di ritirarsi in seguito alla decisione del Comando generale di trasferirlo da Parma a Roma, dopo la sua mancata elezione alle ultime Europee. Era candidato nella «Lista Mpa-La Destra-Pensionati-Alleanza di Centro» nella circoscrizione Nord-Orientale.
Spiegava in quei giorni: «Molti si chiederanno il perché ho deciso di presentarmi. Non vi preoccupate, non ho bisogno né del potere, né di una poltrona a Strasburgo o a Bruxelles. La ragione di questa scelta risiede solo nel fatto che voglio mettermi in gioco, raccogliere la sfida e contribuire a riportare la politica alla sua missione originaria: servire il Paese! Voglio dedicarmi soprattutto alla sicurezza e alla sanità con particolare attenzione alle problematiche degli anziani e dei giovani».
Dopo la bocciatura ha battagliato con il Comando a colpi di carte bollate. Inutili. E di fronte alla conferma del suo trasferimento nella Capitale, da parte del Consiglio di Stato, ha optato per le dimissioni.
Eppure a Roma Luciano Garofano è nato il 5 maggio 1953. Qui si era laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza: 110 e lode. Poi la trafila dello studente modello: specializzazione in Tossicologia forense all’Università degli Studi di Napoli. Dal 1978, anno di arruolamento nella Benemerita, al 1988 è stato comandante della Sezione Chimico-Biologica del Centro carabinieri Investigazioni Scientifiche di Roma, con competenza su tutto il territorio nazionale; poi per due anni dirige la Compagnia di Torino Mirafiori; dal 1990 al settembre del 1995 comanda la sezione di Biologia di Bologna dove cura la realizzazione di un laboratorio per l’analisi del Dna a scopi forensi. Quindi il salto di qualità. Nel 1995 diventa il numero uno del Ris di Parma, che ha competenza su tutto il Nord-Italia.
Uno studioso con le stellette, un «Quincy» moderno che ha ispirato la celluloide di ultima generazione. Più scienziato o più carabiniere? «L’uno e l’altro. Io sono figlio di un ufficiale dei carabinieri ma non avevo alcuna intenzione di ripercorrere le orme di mio padre», racconta Garofano su Internet. «Mi sono laureato in biologia perché volevo fare il ricercatore. Poi, nel 1977, sono entrato come allievo ufficiale nel Centro Carabinieri Investigazioni Scientifiche di Roma e lì mi sono innamorato di questa professione».
Un uomo controverso il colonnello, sfacciatamente schivo tanto da diventare troppo spesso protagonista. In tv, sui giornali. Amato e odiato. Uno che sosteneva di non potersi concedere al pubblico perché «la segretezza, il distacco e la discrezione devono diventare la seconda natura di chi dirige una squadra di investigazioni scientifiche spesso letteralmente braccata dai media». Ma che, al tempo stesso, si presentava davanti agli studenti di un liceo per parlare del suo ultimo libro proprio nel momento in cui avrebbe dovuto coordinare una delicatissima inchiesta. Sì, era a Parma, anno 2006, il caso quello del rapimento del piccolo Tommaso Onofri. Polizia e militari, vigili del fuoco e volontari cercavano ovunque quel bimbo strappato in una fredda notte di marzo dalle braccia dei suoi genitori. Retate, controlli incrociati, perquisizioni, proseguivano da giorni. Al telefono Luciano Garofano risultava introvabile. «È impegnatissimo», la litania per rimbalzare i giornalisti quando si provava a chiamare il centralino del Ris di Parma. Lo cercavano tutti. Un pomeriggio lo scovammo in una scuola di Parma. Lui, il super colonnello raccontava a un centinaio di adolescenti di quanto fosse importante isolare subito la scena del crimine, «renderla asettica, impermeabile» per esaminare ogni traccia. Erano trascorsi più di dieci giorni dal sequestro del bimbo. Eppure, cameramen, inviati ed estranei vari in quella cascina erano entrati, lasciando ben più di un’impronta, di un «inquinamento». All’uscita qualcuno glielo fece notare. L’indomani le tute bianche del Ris finalmente isolarono la zona. Ma forse era già un po’ tardi.
Mentre lui continuava a pontificare. «A farmi decidere a raccontare le nostre tecniche di investigazione è stata la convinzione che quelli che voi chiamate “segreti”, cioè gli strumenti del nostro lavoro, siano ormai arcinoti al grande pubblico. Serie televisive come CSI e molti siti internet specializzati hanno svelato ben più di quanto sarebbe stato opportuno divulgare». Per la cronaca: Tommaso era già morto, sepolto sotto venti centimetri di paglia. A pochi metri da casa. E nessuno l’aveva ancora trovato.