Se nell’Unione sono in troppi a mirare al centro

Francesco Damato

Surclassato da temi più pratici e legati alla ripresa dei lavori parlamentari, come la crisi di Antonio Fazio e le riforme della Banca d'Italia, della Costituzione e del sistema elettorale, per non parlare della preparazione della legge finanziaria, ha perso mordente il dibattito aperto il 21 agosto dall'intervista di Mario Monti sull'assenza di un «centro» abbastanza forte per sottrarre il bipolarismo ai condizionamenti delle ali radicali e corporative. Che impedirebbero a qualsiasi maggioranza le riforme necessarie per «progredire verso una moderna economia di mercato», disse l'ex commissario europeo. La cui indubbia competenza spinge molti in questi giorni a vederlo bene al vertice della Banca d'Italia, peraltro detta anche «centrale».
Per quanto di fatto già archiviato, il dibattito provocato dalla voglia di «centro» espressa da Monti ad una cosa è servito: a confermare il grande imbroglio della cosiddetta Unione di Romano Prodi, dove sono francamente in troppi a rivendicare arbitrariamente lo spazio raccomandato da Monti.
Ho trovato, per esempio, paradossale che un uomo come Clemente Mastella, che pure concorre alle primarie autunnali delle opposizioni non sentendosi sufficientemente tutelato o rappresentato su posizioni moderate da Prodi, abbia accolto e trattato alla festa del proprio partito, a Telese, il presidente dei Ds Massimo D'Alema come il «centro», lui sì, del suo schieramento. Se si considera di «centro» il leader di un partito la cui classe dirigente viene ancora quasi totalmente dal Pci, e che si chiama non certo a caso Democratici di sinistra, siamo nel pallone.
Il fatto che D'Alema si riconosca nella rappresentazione comica di Mastella, sino ad invitare Francesco Rutelli, in una intervista a Repubblica del 1° settembre, a togliersi dalla testa di rappresentare con la sua Margherita la parte più centrale dell'Unione prodiana, aggrava lo stato di confusione.
Persino il buon Giampaolo Pansa si è fatto prendere da questa tarantola comica scrivendo sull'Espresso «che è sicuramente di centro una quota importante dei Ds, a cominciare da quanti hanno in mano il partito». Colto lui stesso dal dubbio di «dire una bestemmia», se l'è fatto rapidamente passare convincendosi che per essere di «centro» basta assumere «un atteggiamento politico con la testa sul collo» e muoversi «con la saggia accortezza del padre di famiglia». Ma anche Lenin e Stalin, se è per questo, ritenevano di avere «la testa sul collo», tagliandola a chi ne dubitava. E tenevano pure alla piega dei pantaloni ben stirata: cosa che di recente Eugenio Scalfari, improvvisandosi anche psicologo, ha indicato come elemento distintivo dei «moderati».
C'è anche chi considera «centrale» la posizione dei Ds solo perché essi costituiscono il perno della coalizione prodiana, essendone il partito maggiore, che negli ultimi appuntamenti elettorali ha aumentato le distanze dalla Margherita, tentata dall'obbiettivo del sorpasso. Ma questo non significa che i Ds sono di «centro». Significa solo che parlando di centro-sinistra, in qualche modo speculare al centro-destra, s'imbroglia la gente. Quello delle opposizioni è in realtà un cartello di sinistra-centro, dove la prima è due volte più forte del secondo, come ha finito per rendersi conto anche Monti dopo essersene lasciato corteggiare. Dall'altra parte è invece il centro, costituito da Forza Italia e Udc, a prevalere nettamente sulla destra.