«Se non avessi fatto il regista sarei diventato un terrorista»

Il festival di Pesaro «celebra» il cineasta: «Una volta m’invitarono al Dams, ma mi riempirono di insulti». La psicanalista Magherini: «Con i suoi film mette in scena la paura del Male»

da Pesaro

Dario «Psico» Argento diffida dell’analisi, ma non c’è strizzacervelli che non amerebbe piazzarlo sul lettino per estrarre da quella testolina visionaria incubi, sogni rimossi e pulsioni. Il 67enne cineasta, festeggiato ieri al festival di Pesaro con tanto di impronte su un’erigenda «walk of fame», un po’ ci marcia. Dice: «Sono una persona solitaria, viaggio da solo, faccio le vacanze da solo, sto chiuso in casa per settimane, ma non sono pazzo. Mi piace così. Mai andato in terapia. Mi basta leggere Freud e fare i miei film per tenere sotto controllo i miei istinti». Un attimo di suspense, quindi: «A volte penso che se invece di fare cinema avessi dato retta alla politica e ai gruppi clandestini del Sessantotto, forse sarei finito in galera. O sotto terra». Chiosa Bruno Torri, presidente del Sindacato critici: «Un terrorista di meno, un autore di più».
Cinema Astra ricolmo di fan, collaboratori artistici, critici e studiosi sin dal primo mattino. Laggiù sotto lo schermo, smagrito e addolcito dall’età, c’è lui, il mago dell’orrore. «Argento vivo», recita il titolo del bel volume curato per l’occasione da Vito Zagarrio: 374 pagine per spiegare «il mistero», se tale è, di questo costruttore di paure a suo modo unico, malato d’esoterismo e fervente cattolico, applaudito o detestato a seconda dei gusti, citato in Juno, di sicuro ben infisso nella coscienza collettiva. Stando così le cose, al tavolo dei relatori non poteva mancare una psicoanalista.
Partendo da La sindrome di Stendhal, Graziella Magherini ha analizzato, sotto lo sguardo dell’interessato, la dimensione squisitamente inconscia del cinema in questione. «Dario è una persona sensibile, un padre tenero, quasi materno. Come se tutta l’aggressività l’avesse riversata nei film». Fin qui, niente di nuovo. Poi però la professoressa spiega: «I corpi sventrati esistono nella profondità della nostra mente. Coi suoi film, pescando nei giochi, nei sogni, nelle fantasie dei bambini, Argento ha dato dignità estetica agli atti vandalici e ai fatti regressivi. Perché i bambini sono preda di angosce che nel mondo degli adulti si riproducono in forme di psicosi». Proseguendo nella disamina, Magherini annota che in Argento «le memorie implicite trovano la loro esplicitazione del quadro del cinema», per questo, essendo lui «un artista che riversa le fantasie profonde sulla propria storia, esistono punti di contatto con la neuroestetica». Conclusione: «E se l’opera di Argento, pur ricca di simbologie riferibili a Freud e a Lacan, ci conducesse oltre la psicoanalisi, verso la metafisica? Dario è il poeta della paura, la paura del Male, lui ripristina il senso del Male, in senso sociologico e filosofico, contro il silenzio assordante che esiste su questi temi». Il regista, quasi con le lacrime agli occhi, conferma: «In effetti, quasi tutti i miei film nascono da immagini infantili, grazie di averlo notato».
E pensare che era venuto qui a Pesaro titubante, quasi rassegnato. «Al Dams, qualche anno fa, mi invitarono a parlare dei miei film e fui ricoperto di parole sprezzanti: misogino, fascista... Intendiamoci, non è che l’Italia debba risarcirmi di niente. In fondo qui i critici mi hanno sempre trattato male. Non vorrei che ora, in questo clima di santificazione, cambiassero idea». Tanto per prendersi una soddisfazione, un critico lo fece morire ad accettate in testa, ai tempi di Tenebre. Ma si vede che l’omaggio pesarese non lo lascia indifferente. Da Mario Sesti a Steve Della Casa, passando per amici come Sergio Stivaletti e Claudio Simonetti, la «santificazione» si avvale di testimonianze non solo apologetiche. Gianni Canova riflette sulla presenza cruciale del Diavolo nel cinema di Argento: «È il Male assoluto, perché sfida la legge, l’autorità, Dio. Ecco, Dario fa fluire in sé i paradigmi cattolici ma declinandoli in una chiave protestante». Lo sceneggiatore Franco Ferrini teorizza invece: «Dario, brutalizzando il suo pubblico, in fondo ne cerca l’amore. Quando scrive le sue storie diventa un bambino cattivo, crudele, perverso che, chiuso nella propria stanza, osserva gli altri dal buco della serratura».
E il rapporto con Hitchcock? Per Ferrini sono sciocchezze: «Hitchcock è un tardo vittoriano, un uomo pieno di pruderie, un segaiolo. Invece Dario, coi suoi film, tira fuori l’uccello». Non precisamente quello dalle piume di cristallo. E anche in questo c’è un riflesso psicoanalitico.