Se non son matti non li vogliamo

Uno struggente e a tratti ironico viaggio fra disagio, sofferenza e creatività

C’è Angelo, custode d’un museo, che passa ore a discutere con un busto di Platone e s’innamora, fino a rapirla, d’una statua di Venere. C’è la collezionista di sassi, alla quale le pietre confidano, dice, i loro patemi. Poi c’è Nannetti Oreste, «colonnello dell’astronautica mineraria», che ha riempito centottanta metri di muri incidendovi, a disegni e a parole, l’interminabile cartiglio della sua vita.
Sono i fratelli, gli omologhi, gli antecedenti di Antonio, il personaggio con cui Simone Cristicchi ha vinto il festival di Sanremo: Antonio il matto, che dedica il suo ultimo pensiero a un antico, o forse mai esistito sogno d’amore, prima di spiccare il volo definitivo, gettandosi dal tetto della clinica che lo ospita. E che è la sintesi di tutti i malati di mente che Cristicchi ha incontrato in un suo lungo pellegrinaggio tra case di cura e ex manicomi, raccontato in Centro di igiene mentale. Un cantastorie tra i matti (Mondadori, pagg. 245, euro 15), uscito in coincidenza con Ti regalerò una rosa, la canzone sanremese, appunto, che in qualche modo lo riassume e gli serve da prologo.
Il libro intriga per il modo dimesso, mai melodrammatico e tanto meno ideologico con cui racconta storie tremende, mescolando pietà e qualche guizzo divertito. Perché può anche indurci al sorriso, la vicenda di Andrea che, al manicomio, ha subìto tante vessazioni da vivere in un tremito continuo, che gli ha fatto cadere tutti i denti tranne uno, e lui va in giro mostrandolo a tutti, lustro e bianchissimo. O quella del Nobile, l’enigmatico uomo in frac che vive paludato in abito da sera, aspettando di ora in ora la carrozza che lo conduca al matrimonio di Luigi XIV. Divertente, forse: ma poi la pena prevale e spegne il sorriso, procurando a chi legge un magone perfino insostenibile.
Ma al di là dell’emozione spicciola che la lettura produce, c’è l’acuta intuizione che sta alla radice del libro: grazie alla quale Cristicchi, col suo stile da non scrittore, illumina a dovere quella che Hannah Arendt chiamava «la razionalità dell’irrazionalità», e scruta la logica sgangherata ma a suo modo rigorosa - par di rivivere, fatte le dovute proporzioni, l’Elogio di Erasmo - di chi ha perduto il senno tramutandosi in «meravigliosa imperfezione, quasi uno sbaglio di Dio».
Ma non per questo indulge, Cristicchi, a una visione assurdamente consolatoria della patologia mentale: ché il giovane cantautore non rinuncia mai a bollare l’inettitudine corriva, la colpevole irresponsabilità, spesso la crudeltà con cui la società dei «normali» ha vissuto nei secoli il problema della follia.
Siamo dunque lontani dalle fatue effervescenze sanremesi. Come da chi sostiene che Sanremo, a quelle «fatue effervescenze», dovrebbe mantenersi fedele, pena l’accusa di demagogia. Dalla quale Cristicchi si tiene tenacemente al riparo, per l’assenza di strumentalizzazioni politiche o di enfasi moralistica con cui racconta il suo viaggio doloroso. Preferendo semmai dare voce ai fatti, con quell’oggettività assorta, e quella poesia non dichiarata che già la canzone sanremese esprimeva.
Ai fatti e ai loro protagonisti, anche attraverso alcune lettere trovate negli archivi di questa o quella casa di cura, scritte da ricoverati e mai spedite, dalle direzioni delle cliniche, ai destinatari, per una sorta di censura che mirava ad accrescere l’isolamento dei malati e ad annientare ancor più il loro rapporto col mondo.
Sono lettere che stringono il cuore, nel loro linguaggio dissestato, nella loro impietosa nozione del mondo e nella loro tragica, involontaria comicità. E anche nella consapevolezza di non essere necessariamente loro, i veri o gli unici matti: di rappresentare, semmai, l’ultima isola di schiettezza e di libertà - lo diceva Fabrizio De André - che il nostro mondo ancora consente, e insieme un alibi alla nostra insensatezza di persone «normali». Ché - dice la poesia introduttiva del libro - «io sono Matto e rappresento la vostra Salvezza/ quella (vostra) sfuocata percezione di essere nella ragione», io che per voi «sarò sempre il torto, il distorto, l’adunco».