Se il panettone classico diventa una perversione

Tradizioni in pericolo. Nei supermercati lo nascondono dietro le torri cartonate delle cento versioni &quot;special&quot;. E nelle case tutti lo snobbano. <a href="/interni/la_ricetta_farina_burro_uova_e_niente_lievito_birra/25-12-2010/articolo-id=495929-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>La ricetta</strong></a>. Il &quot;derby&quot; col<strong> </strong><a href="/interni/il_derby_pandoro_dura_cento_anni/24-12-2010/articolo-id=495743-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>pandoro</strong></a><strong> </strong>dura da 100 anni

Già doverlo chiamare panettone classico mi urta il sistema nervoso. Il panettone è panettone. Senza bisogno di aggettivi e di specificazioni. Saranno poi gli altri, i surrogati che hanno invaso il mercato e rovinato una bella storia, a doversi qualificare. Purtroppo, un Natale dopo l’altro, questa campagna a difesa dell’ortodossia e della tradizione si sta rivelando sempre più ardua. Attaccano da tutte le parti. Caramellati, ricoperti, rivestiti, farciti, imbastarditi e che il diavolo se li porti. A questo disgraziato panettone hanno inflitto di tutto. Non gli hanno risparmiato le sevizie più turpi. Prima, sull’onda emotiva sollevata dal solito nipotino carogna, hanno cominciato a mutilarlo orrendamente dei canditi. Poi le zie zitelle hanno cominciato a loro volta la battaglia contro l’uvetta: e via anche l’uvetta. Da lì in poi, uno sfregio dopo l’altro. Gli hanno messo in testa il cioccolato e la glassa, l’hanno deformato nelle forme geometriche più strane, gli hanno siringato gli intrugli più inverosimili, dalla crema alla marmellata, dalle scaglie di cacao ai pezzetti di torrone. E alla fine l’umiliazione più beffarda: lo chiamano pure panettone.
È il momento di dire basta. Bisogna reagire, prima che succeda l’irreparabile: l’estinzione della specie. Lanciamola subito, questa doverosa campagna di civiltà: salviamo il panettone. Cortei, raccolte di firme, appelli televisivi: serve tutto. Io sono pronto a incatenarmi davanti ai cancelli della Motta, ultimo e glorioso baluardo che non ha mai abdicato ai suoi valori supremi e alle sue ricette storiche.
Però dobbiamo saperlo: combattiamo una causa disperata. Là dentro, tra le torri cartonate dei supermercati, il panettone è sopraffatto. Si fatica a trovarlo. Lo nascondono con vergogna. La povera creatura è sovrastata da tutte le mutazioni genetiche che i diversi laboratori si sono inventati nel corso degli anni. Ciascuno di noi deve sapere cosa l’aspetta: entrare e chiedere un semplice panettone sta diventando rischioso. L’umanità, lì attorno, reagisce con gli sguardi più sinistri. Clienti e commessi: hanno tutti l’aria di farci sentire dei depravati.
È questo il destino delle cause estreme. Oggigiorno, stare dalla parte del panettone diventa maledettamente più scomodo. Si va incontro all’emarginazione. Alla persecuzione. Chi ancora osi affrontare il parentado con un panettone si espone al disprezzo sicuro: guardalo, si presenta con un panettone e nemmeno si vergogna, non è neppure mandorlato. Ci sono cognate che arrivano al punto di vantarsi del crimine più efferato, per umiliarci: quest’anno proverai, ho comprato un panettone speciale, è come mangiare la colomba.
Una volta non era così dura. Bastava prendere posizione in un preciso dualismo, schierandosi senza se e senza ma tra panettone e pandoro, come tra mare e montagna, zoccoli e infradito, collant e autoreggenti, Beatles e Rolling Stones, Vespa e Lambretta, spumante e champagne. Era battaglia anche allora, perché i due partiti non si risparmiavano i colpi sotto la cintura: il panettone è una mattonata, il pandoro è snob, il panettone è per gente rude, il pandoro è per gente invertebrata. Il panettone è per i poveri, il pandoro è per i ricchi. Il panettone è roba da uomini, il pandoro è articolo per signorine. E via degenerando.
Ma adesso. Adesso festeggiare il Natale con una semplicissima fetta di panettone, con i suoi bravi canditi e la sua bella uvetta, magari dopo una mezz’ora sul calorifero per restituirgli un po’ di vita, ecco, questo semplicissimo rito dell’antichità sta diventando imbarazzante e proibito. A me fa peso, a me i canditi fanno schifo, io preferisco il pandoro: ed è così che si perviene alla scoperta più triste, nessuno ha pensato di portare il panettone. C’è tutto, dal dattero post-moderno con il cuore di tartufo al torrone ricoperto di pistacchio, dal pandoro che sa di veneneziana alla veneziana che sa di melanzana: ma il panettone no, non c’è più verso di trovarne una fetta in giro.
Allora diamoci una mossa. Fossimo anche rimasti in quattro gatti (uno sono io, ne mancano tre), dobbiamo alzare la voce. Giù le mani dal panettone. Diciamo forte e chiaro che per noialtri il panettone è una conquista dell’umanità, e non si capisce perché l’Unesco, tra le tante cretinate messe sotto tutela (ormai mancano solo le natiche di Lady Gaga), non senta il dovere di rendere giustizia al nostro impareggiabile dolce natalizio.
Comunque, non importa. Siamo superiori. Facciamo da soli. Per questi giorni di battaglie feroci, militanza dura e senza paura. Non ci presentiamo a nessuna tavolata senza il panettone. No panettone, no party. Party chiari, amicizia lunga. E perché sia chiaro a tutti il nostro orgoglio, propongo da ora in poi di chiamarlo alla Mourinho, senza offesa: si scrive Panett-one, si pronuncia Panett-uan.