Se persino la Corte dei conti si mette a fare l’opposizione

Fino all’ultimo non ho voluto credere che la Corte dei conti manifestasse un pregiudizio prima politico che culturale e naturaliter contabile, sulla mia nomina a sovrintendente dei Musei e delle Gallerie statali di Venezia. Nominato in base all’articolo 6 del codice dei Beni culturali che lascia alla discrezione del ministro la scelta, per particolari uffici, di personalità esterne che abbiano requisiti più ampi di quelli dei funzionari in carriera (una facoltà analoga a quella che stabilisce la nomina di 10 direttori d’istituto italiani all’estero per «chiara fama»), si aggiunga che io sono un esterno sui generis, essendo rimasto nel ministero dei Beni culturali con alterni «comandi», l’ultimo dei quali ad «Alto commissario» per la villa del casale di Piazza Armerina con il grado di direttore generale.
Ma è evidente che anche senza elencare titoli e attività, da sottosegretario ai Beni culturali ad assessore alla Cultura al Comune di Milano, la mia esperienza è ampia e collaudata. Nondimeno la Corte per due volte ha eccepito sulla mia nomina a Venezia, dove ho lavorato per 5 mesi senza stipendio avviando importanti iniziative tra le quali la riapertura di palazzo Grimani, il nuovo allestimento delle Gallerie dell’Accademia di Venezia affidato a Pier Luigi Pizzi. Oggi tutto è fermo perché la Corte dei conti ha ritenuto irregolare la nomina del ministro pur in assenza di personale di ruolo interno per rivestire quella funzione.
Un conto semplice che fornisce un’ulteriore giustificazione alla scelta del ministro, non solo discrezionale ma inevitabile. Ma io non volevo credere a un pregiudizio nei miei confronti, immotivato, fino a quando non ho letto dell’intervento a gamba tesa della Corte dei conti contro il governo. Conoscendo la particolare sensibilità del sottosegretario Gianni Letta nel galateo dei rapporti istituzionali, ho cercato di valutare le osservazioni sull’incredibile vicenda di Venezia sul piano formale escludendo ogni intervento motivato da antipatia personale o da ragioni politiche. Ho riconosciuto le ragioni dell’intervento della Corte e ho suggerito al ministero di correggere le procedure. Può essere che vi sia stata qualche imperfezione e che vi si possa porre rimedio accettando le osservazioni dei magistrati della Corte. Ma quando oggi ho letto la relazione del procuratore generale della Corte dei conti che ha fatto proprie le osservazioni del viceprocuratore generale Alfredo Lener ho avuto un soprassalto, ho pensato all’equilibrio e all’atteggiamento diplomatico del sottosegretario Letta ma ho dovuto prendere atto della rinuncia all’imparzialità della Corte. Esondando dai suoi limiti ed esibendosi nella sfera morale, il procuratore della Corte ha affermato: «Né appaiono indirizzati a una vera e propria lotta alla corruzione il disegno di legge governativo sulle intercettazioni, che costituiscono uno dei più importanti strumenti investigativi utilizzabili allo scopo, e neppure l’aver dimezzato con la cosiddetta legge Cirielli del 2005 il termine di prescrizione per il reato di corruzione ridotto da quindici a sette anni e mezzo».
Un’interferenza inammissibile che presuppone un interlocutore non previsto dalla Costituzione rispetto alla sovranità del Parlamento e con indebita assunzione di una funzione politica tipica dell’opposizione. Ma in magistrati della Corte non sono mica seguaci di Vendola! Sono forse all’opposizione del governo? Non più i conti ma le idee sembrano muovere affermazioni come quella sopra ricordata entrando nella sfera delle garanzie dei cittadini con il pretesto di indicare un eventuale danno contabile. Non accertato e non accertabile. Semplicemente possibile. Ma la Corte si occupa dei conti reali e dei possibili danni concreti. Non dei conti eventuali. Per esempio, perché la Corte non si preoccupa delle spese senza controllo fatte approfittando di misure antimafia, inapplicabili nel caso in esame, da parte di Ilda Boccassini per le intercettazioni sul caso Ruby? Fonti ben informate indicano non in 24mila euro di spese ordinarie, ma in quasi due milioni di euro il costo delle intercettazioni disposte dalla Boccassini. Spese utili per la Corte o un’altra prova di un’azione della magistratura contro il governo e contro una «elementare» ragion di Stato, come ha ben osservato l’onorevole Barbi del Pd giudicando «spaventosa» l’inchiesta spaventosa e moralistica l’inchiesta milanese.
Così mi chiedo quale debba essere la prudenza del ministro dei Beni culturali e del consiglio dei ministri nel frenare un conflitto in cui il pregiudizio sembra prevalere sulle ragioni contabili, accettando che esso sia stato aperto dalla Corte per la quale si manifesta e si proclama il rispetto senza ottenerlo. Il fulmine a ciel sereno di queste dichiarazioni indica una volontà politica e una contrapposizione istituzionale che la magistratura attribuisce al governo e al presidente del Consiglio. Appare evidente che la misura e il rispetto delle istituzioni fin qui manifestato dal governo nei confronti della Corte non abbia trovato corrispondenza.
Non chiedo al governo di assumere posizione a mio favore pur trovandomi nel gravissimo disagio di iniziative importanti assunte a Venezia che oggi appaiono indebitamente sospese. Sono disponibile ad attendere una nuova procedura ma denuncio una inaccettabile situazione di conflitto.