Se il politico over 50 perde la testa per Lolita

Edmondo Berselli teorizza sul Riformista: «Al solo pensiero di un politico che s’innamori dopo i 50 anni, inorridisco. Di uno che si innamora non mi fido. Sono per le amanti nascose, non per i fidanzatini di Peynet». Giampiero Mughini cinguetta sul Foglio: «Sarebbe bellissimo se a un politico di professione cominciassero a “tremare le mani” per la tensione che gli mettono addosso gli occhi languorosi di una bella donna». Chi ha ragione? Dipende, per dirla con Jovanotti, da come si guarda al problema, se tale è. Perché se è vero che nessuno oggi considera più i politici una casta braminica impenetrabile ai sentimenti, è vero altrettanto che un certo riflesso bacchettone continua a gravare sul politico invaghito, specie se molla la moglie per un nuovo, più fresco, legame (ne sa qualcosa Cofferati).
Naturalmente non staremmo qui a parlarne se la chiacchiera sulla presunta liaison tra Fini e Prestigiacomo non avesse scaldato questa già bollente estate, rinfocolando l’antico dibattito sulla credibilità del politico. Per molti, dopo i 50 anni, l’amore esibito mano nella mano, non la storiella di sesso con la collega o l’attricetta, sarebbe sintomo di debolezza, diciamolo, di rincoglionimento. Magari c’è del vero, nel senso che il politico troppo yé-yé, incline a farsi «piacione» o «normale» per riflesso demagogico, invita al sospetto, non al rispetto. Lui finge di essere come te, ma tu non sarai mai come lui. In fondo, la differenza sta tutta qui: non nella sostanza dell’amore, bensì nella sostanza dei (loro) privilegi.