Se il potere logora anche chi ce l’ha

Egidio Sterpa

Più che governare questi del sinistracentro (la definizione non è nostra, ma di Bertinotti) vogliono disfare, demolire. È quello che si deduce chiaramente dal cicaleccio che viene dalla truppa governativa.
Per cominciare, si vuole ritirare i soldati dall’Irak, e al più presto possibile incalzano Diliberto e Rifondazione. Prodi su questo tema s’è rifugiato nell’afonia, ma non ha mai negato che il ritiro debba esserci. Perfettamente conforme si mostra Parisi, il suo uomo alla Difesa. D’Alema, ministro degli Esteri, è più cauto, di scuola realista qual è: i soldati vanno sì ritirati entro l’anno, dice, ma è opportuno discuterne con gli americani, e infatti presto incontrerà Condoleezza Rice a Washington. Al più ci si impegnerà di non abbandonare vergognosamente gli iracheni.
Sì, c’è un gran parlare nei palazzi del potere. Ogni ministeriale, con o senza portafogli ha un suo monito da lanciare, più che ai «nemici» della destra, agli «amici» del centrosinistra. La legge Biagi, per esempio, non piace proprio a molti, a cominciare dal ministro del Lavoro Damiano, che viene dalla Cgil, ovviamente a Pecoraro Scanio, verde ma che tiene ad apparire rosso più di quanto lo sono dentro i cocomeri. Non piace neppure al ministro Ferrero (Solidarietà sociale) che senza tanti preamboli non esita a definirsi comunista, e, chissà forse nemmeno a Fabio Mussi (Università e ricerca), che però finora ha taciuto. Manco a dirlo, non è gradita neanche al Bianchi dei Trasporti, professore universitario contrario al Ponte, che da subito s’è lanciato in dichiarazioni cariche di ideologia.
Signora No è anche Rosy Bindi collocata alla Famiglia in quanto cattolica, ma che ha irritato senza indugio il clero col suo «sì» alle coppie di fatto. L’ex ministro della Sanità s’è premurata anche di infilzare con aculei velenosi il collega della Margherita Beppe Fioroni, ministro dell’Istruzione, trattandolo come un carneade che deve la nomina solo al fatto di appartenere alla corrente di Marini. A sua volta il Fioroni pare cerchi a tutti i costi anche lui di arruolarsi nei ranghi del No: intende infatti bloccare la riforma Moratti rimodulandone i tempi d’attuazione.
A parte Mastella, ch’è titolare del dicastero, della giustizia s’occupano in molti, giuristi e no. Ci sono la legge Castelli sul sistema giudiziario, la ex Cirielli che abbrevia i tempi di prescrizione dei reati, e la Pecorella sull’inappellabilità di talune sentenze di primo grado, da bloccare, anzi da cancellare, come dire quasi tutta la produzione del centrodestra in materia di giustizia. Una bella rogna per Mastella, che, a quanto pare, per quieto vivere, vorrebbe accontentare tutti, magistrati e antigiustizialisti. Sarà interessante vederne il risultato.
Cicaleccio è dir poco. Se si aggiungono le sortite dei 70 e più viceministri e sottosegretari, si è in presenza di un blateramento dissonante e rumoroso. Onore al silenzio di Padoa Schioppa, titolare dell’Economia, la cui diagnosi (e anche la terapia) siamo in attesa di ascoltare pure noi. Anche se qualche parola di troppo è sfuggita al suo vice, Visco, forse inquieto per la lunga vacanza dal potere.
Siamo a 48 giorni dalla vittoria (ma sì, chiamiamola così, anche se risicatissima) del 10 aprile e per ora l’azione del governo di centrosinistra o sinistra-centro (ognuno dica come vuole) sta tutta in questo chiacchiericcio di cui abbiamo cercato di annotare le parti salienti. La vera partita non è ancora cominciata - scrive sul Riformista Biagio De Giovanni - «il quadro è ambiguo e carico di incertezze», e c’è «un vociferare spesso inconsulto, nel quale sembra che ognuno voglia occupare uno spazio, come si dice, per far valere da lì la propria immagine». Abbiamo detto noi qualcosa di diverso fin qui? Siamo sulla sponda opposta, ma la nostra cultura liberale ci impone da sempre uno sforzo di obiettività. Quel che ci preme molto, poi, è di non deludere i nostri lettori, che le partigianerie inutili le trovano giustamente ineleganti e controproducenti.
Insomma, non v’è chi non veda che il quadro generale di questo governo non è né elegante né incoraggiante. Pur avversari, ma italiani, non ne siamo lieti. Serietà, sobrietà e concretezza le chiediamo sia agli avversari (che non consideriamo nemici) che alla nostra parte. Fare politica non significa vivere in una caserma, ma in un mondo in cui le opinioni sono libere e, almeno per noi, liberalissime. A chi tocca tocca, quand’è il caso.