«Se il premier non si dimette l’Italia scenderà in piazza»

Berlusconi: «Non ci sono strade diverse dalla crisi. Forse cercheranno un espediente ma Napolitano è stato chiarissimo, per lui la fiducia è un voto politico che esclude i senatori a vita»

da Roma

Quello che a inizio giornata è solo un flebile campanello d’allarme, a sera va diventando una vera e propria grancassa. Così, dopo giorni di cautela, al suo rientro a Roma Silvio Berlusconi decide affondare il colpo e, spiega Paolo Bonaiuti, «mettere i puntini sulle “i”». La convinzione del Cavaliere, infatti, è che nelle ultime ore sia in atto un vero e proprio mercato dei voti da parte di Romano Prodi che, ripete in privato a più di un parlamentare, «sta trasformando il Senato in un suk» in vista del voto di fiducia di domani sera. «Proprio lui - ripete ai suoi l’ex premier - che accusava me di fare shopping tra i senatori, proprio lui... ». Riflessioni, queste, che Berlusconi preferisce non fare in pubblico, tanto che Bonaiuti si limita a derubricare la questione con una battuta sibillina: «Dico solo che stanno accadendo cose stranissime... ».
Così, a scanso di equivoci, il Cavaliere decide di andare dritto al punto. E conversando con i cronisti davanti a Palazzo Grazioli si dice convinto che «per il governo non c’è altra possibilità che dare le dimissioni». E se Prodi dovesse «sopravvivere con un escamotage» allora «credo che l’Italia intera si riverserebbe a Roma» perché «una cosa del genere è inaccettabile». E visto che la scappatoia su cui Prodi sta puntando il tutto per tutto sembra quella di ottenere la fiducia al Senato di uno, magari due voti ma con il contributo decisivo di sei senatori a vita, anche su questo Berlusconi è categorico. «Napolitano - spiega - è stato chiarissimo: in altre occasioni e ha detto che per la fiducia lui considera il voto politico con l’esclusione dei senatori a vita». Come accadde a febbraio quando il governo fu rinviato alle Camere sull’Afghanistan.
E il passo successivo per il Cavaliere resta quello delle urne. Insomma, «no a governi tecnici». Tanto che con i cronisti non fa mistero di sentirsi pronto per la campagna elettorale. «Credo - dice - che andremo alle elezioni e che ci andremo con questa legge elettorale. E credo anche che noi del blocco liberale staremo tutti insieme appassionatamente come l’altra volta». E pure sui distinguo dell’Udc l’ex premier mostra ottimismo perché, spiega, pure se «ci sono delle preferenze» alla fine «penso che tutti i partiti» del centrodestra «saranno uniti nell’andare alle urne anche per un evidente motivo di convenienza». D’altra parte - al di là delle dichiarazioni pubbliche di Casini che rimanda la questione della leadership a data da destinarsi - pure i centristi sembrano ammorbidirsi. Tanto che a chi gli faceva notare quanto fosse stucchevole riaprire la solita vecchia querelle, in privato il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ha risposto in maniera eloquente: «E almeno un po’ facce resiste...».
L’ex premier - che passa buona parte della giornata a vegliare sulla madre («è dolcissima, quando si sveglia e parla è sempre presente, ma non fatemi dire di più, non voglio commuovermi») - ragiona dunque anche sullo scenario elettorale. Su un eventuale ingresso di Clemente Mastella nel Popolo delle libertà, dice, riserve non ce ne sono: «Non credo esistano grandi problemi al riguardo. Nel Pdl c’è spazio per tutti coloro che condividono gli stessi valori e che hanno degli elettori che li sostengono». Anche se «penso che stia parlando con l’Udc» e quindi «probabilmente Mastella e Casini torneranno insieme». Ipotesi che Cesa rispedisce però al mittente: «Clemente è un amico, ma è più facile che si presenti con voi». Mentre sulla formazione da presentare all’eventuale appuntamento elettorale Berlusconi continua a puntare sul Popolo delle libertà che, spiega, «nei sondaggi prima di Natale era al 40 per cento dei consensi». Su questo punto, però, i vertici azzurri e pure molti deputati di casa a Palazzo Grazioli frenano non poco perché, spiega uno di loro, «se si vota in primavera è difficile pensare di archiviare Forza Italia e presentarsi con il Pdl».
E in caso di vittoria Berlusconi è pure pronto a riproporre quell’apertura al dialogo che aveva fatto all’indomani delle elezioni. Perché, spiega, «se ci saranno decisioni impopolari da assumere non faremo quello che ha fatto Prodi chiudendomi la porta in faccia quando gli avevo detto che eravamo disposti a sederci attorno ad un tavolo e ad esaminare i problemi più importanti per trovare soluzioni condivise». «Quest’errore - aggiunge - non lo faremo proprio». E sul punto il Cavaliere è stato netto anche in un colloquio avuto lunedì con un ex ministro del centrodestra perché, si è trovato a dire, «questo è un Paese ingovernabile». E, dunque, «all’indomani di una mia vittoria elettorale non avrei problemi a riprendere il filo del dialogo».