Se il Premio ha un sesso, adesso vince la Woolf

Qualcuno ci sa spiegare perché in letteratura si continuano a fare distinzioni di genere? Esiste ancora una tendenza occulta e strisciante che considera i libri scritti dalle donne un terreno di caccia riservato

Venezia - Considerato che sabato a Venezia si assegna il Campiello e l’unico rappresentante maschio in concorso (Paolo Di Stefano, Nel cuore che ti cerca, Rizzoli) non potrà vincere per evitare accuse di aperto maschilismo. Considerato che se sarà una delle quattro finaliste femmine ad aggiudicarsi il riconoscimento, le accuse di aperto femminismo si moltiplicheranno per quattro, urge un chiarimento.

Ossia: qualcuno ci sa spiegare perché in letteratura si continuano a fare distinzioni di genere? A parte uno sparuto drappello di poveri idioti sostenitori della tesi secondo cui le donne non sanno scrivere (ci sono, non vi preoccupate, la mamma del cretino è sempre incinta anche nella zona patrie lettere), esiste ancora una tendenza occulta e strisciante che considera i libri scritti dalle donne un terreno di caccia riservato, dove per lo più si parla di famiglia, affari di cuore, sentimenti in senso lato. Una sorta di Harmony di alto livello, insomma. Anche il racconto ambientato nel passato, quando viene declinato al femminile, ovviamente non ha più la dignità del romanzo storico, ma diventa un polpettone in salsa più o meno rosa.

Non è caduto così palesemente nel tranello il critico letterario del Sole 24 Ore Giovanni Pacchiano, il quale però nelle scorse settimane sulle pagine dell’inserto culturale ha dipinto le quattro finaliste del Campiello (Cinzia Tani con Sole e ombra, Mondadori; Chiara Gamberale, con La zona cieca, Bompiani; Eliana Bouchard con Louise. Canzone senza pause, Bollati Boringhieri e Benedetta Cibrario con Rossovermiglio, Feltrinelli) come autrici di feuilleton. Rieccoci. Non si parla male dei romanzi in questione, però, però, però.

In uno, quello di Cinzia Tani, ci sono troppo amore, guerra e morte. In un altro, quello di Benedetta Cibrario, non convincono il personaggio dell’amante e il trucco del figlio non riconosciuto. Chiara Gamberale scivola su uno scambio di mail con travestimento. Insomma, siamo sempre lì, al feuilleton.

La questione è annosa. Se ne discute da più di un secolo, dai tempi di George Sand e di Virginia Woolf. Se n’è discusso tantissimo, fin troppo, nei femministi anni Settanta. Poniamo la questione in questi termini: a qualcuno di voi verrebbe in mente di definire Gita al faro un romanzo «al femminile»?

Se rispondete sì, parliamo un’altra lingua e sarà difficile comprendersi (anche con un buon interprete). Se rispondete no, non stupitevi di quattro donne (e un uomo) tra i cinque finalisti di un premio letterario come non vi stupireste se gli uomini fossero quattro (e la donna solo una).