Se pure Deutsche Bank punta sul nostro crac

Negli ultimi sei mesi la Deutsche Bank ha venduto sette miliar­di di
euro di controvalore in titoli di Stato della Repubblica italiana. E questa mossa non può non apparire anti-Italiana

Negli ultimi sei mesi la Deutsche Bank ha venduto sette miliar­di di euro di controvalore in titoli di Stato della Repubblica italiana. Lo si è appreso ieri, anche grazie a un ampio articolo sul Financial Times . E la cosa non ha certo proiettato ottimismo e fiducia sul mercato. Che, anzi, ha scoperto che la prima banca della maggiore economia europea si è agevolmente sbarazzata sul mercato (ha venduto l’88% di quanto ne deteneva, restando con meno di un miliardo in portafoglio) del debito della terza economia europea. Domanda da porsi: se è la stessa Deutsche Bank a vendere i titoli di Stato, e per di più quelli italiani, come possiamo pensare che il Fondo di Stabilità Europeo, a cui partecipano gli stessi Stati membri, possa funzionare nel suo ruolo di compratore di titoli in euro, e di quelli greci in particolare?

E come si può essere fiduciosi che le grandi banche europee decidano di partecipare al salvataggio della Grecia quando una di queste scommette sul crac dell’Italia? Non a caso basta dare un occhio all’andamento disastroso dei mercati di ieri, per capire che questi problemi se li sono posti in tanti. Anche se in verità il punto è un altro ancora: laddove si parli ancora di Europa e di euro zona, perché una grande banca sistemica rema contro il suo stesso sistema? Ricordiamoci che stiamo parlando della Deutsche Bank, colosso in Germania, che però qui in Italia ha sempre avuto modo di muoversi, fare affari e guadagnare un sacco di soldi.

Si pensi che è stata questa la prima banca straniera autorizzata a operare con una rete di sportelli sul nostro Paese: è accaduto già 25 anni fa, con l’acquisizione della Banca d’America e d’Italia. Da allora Deutsche Bank ha sempre avuto un rapporto privilegiato nel nostro Paese. E non solo quello: si pensi al rinvio a giudizio, a Milano, per sospette operazioni-truffa sui derivati per il Comune; o il crac Parmalat, per il quale la banca tedesca ha versato 76 milioni per chiudere il contenzioso giudiziario. In Italia, cresciuto sia nel settore retail, sia nell’investment banking, il colosso di Francoforte è diventato una potenza proprio nel settore del debito pubblico.

Non sono state le privatizzazioni degli anni Novanta il pezzo forte dei banchieri teutonici: certo, Deutsche Bank era regolarmente presente nei consorzi dei collocamenti, ma in un ruolo di secondo piano rispetto ai big Goldman Sachs, Merrill Lynch e Crédit Suisse First Boston. Dove invece Db ha saputo conquistare una posizione di primissimo piano è stato proprio sul fronte delle emissioni del debito italiano. Un affare da 1.870 miliardi dei quali 1.580 sono rappresentati da obbligazioni di Stato (Bot, Btp, Cct, Ctz). Solo Usa e Giappone hanno un mercato più grande di questo. Ogni asta di titoli a breve vale intorno ai 10 miliardi; mentre per le altre scadenze si va da 2 a 5 miliardi di asta. Per gestire al meglio una tale delicata mole di lavoro il Tesoro ha stilato una lista di 21 banche di fiducia (i primary dealer) di cui solo 5 in tutto il mondo hanno la qualifica di superdealer.

E tra questi c’è proprio la Deutsche Bank. Per questo la mossa di ieri, forse giustificabile dal lato di pura scelta di portafoglio, non può non apparire anti-italiana, in quanto anti-sistemica. E, come commentava ieri uno dei banchieri milanesi di maggior peso, meriterebbe una reazione di sistema. Un segnale che il Bel Paese dovrebbe avere la forza di dare senza paura di subire chissà quali conseguenze.