Se la Quercia vuò fa l’americana

A metterla sullo scherzo l'Italia sembra tutta percorsa dalle vecchie note di Renato Carosone quando suonava «tu vuò fa l'americano». Sì, sembra proprio che l'America, i suoi leader, la sua visione di vita abbia preso il cuore e la mente degli italiani. O, per dirla più esattamente, dei leader politici italiani salvando la buona pace di qualcuno. Se Silvio Berlusconi ha fatto dell'amicizia personale con George Bush il perno della propria politica sino al punto di utilizzare elettoralmente l'ultima visita alla Casa Bianca, una parte del centrosinistra non gli è da meno. Anzi, per certi aspetti, sta facendo «l'americano» molto più di Berlusconi perché tenta di importare in Italia modelli culturali e politici tipici della storia progressista degli Stati Uniti. Il partito democratico di Prodi, Rutelli e in parte di Fassino e D'Alema che cos'è se non il tentativo di soppiantare la cultura politica del socialismo di stampo europeo con quella dei democratici americani? Sarà brutale dirlo così, ma è questo il tentativo messo in campo dopo le primarie. Un tentativo che Fassino e D'Alema, dopo averlo aizzato con la storia del partito unico dell'Ulivo, tentano oggi di guidarne la rotta verso la grande famiglia del socialismo europeo con la promessa che anche quella famiglia si evolverà verso la sponda «americana» del partito democratico o riformista che dir si voglia. Ma perché i democratici di sinistra stanno imboccando questa strada e non quella dell'unità socialista per dare all'Italia finalmente una grande sinistra socialdemocratica? La risposta è tanto semplice da apparire banale e finanche non vera. Il partito di Fassino e D'Alema ha verso la cultura del socialismo liberale una sorta di reazione anticorpale, di tipo naturalmente diverso di quella che ebbero i vecchi comunisti prima e dopo la seconda guerra mondiale, ma altrettanto netta e decisa.
Questa reazione, peraltro, è anche aspecifica, se così si può dire mutuando un termine medico, perché essa non è contro i nuovi contenuti di un socialismo alla Blair o alla Schröder. L'avversione è più generale, più profonda, quasi che la visione socialista della società o è comunista o non può esistere. Una sorta di azzeramento identitario dopo il fallimento del movimento comunista nazionale ed internazionale tanto da spingere la generazione di cinquantenni diessini a non volersi definire socialisti e a ritenere che la vitalità della cultura politica democratico-cristiana è scomparsa perché si alimentava solo dalla contrapposizione al vecchio comunismo come spesso sentiamo dire nei dibattiti televisivi.
Finito quel mondo con il crollo del muro di Berlino, insomma, tutto deve cambiare perché con quel mondo sarebbero crollate anche quelle famiglie politiche uscite vittoriose dallo scontro del secondo cinquantennio del Novecento. Una specie di concezione tolemaica dell'assetto politico italiano che è rimasta nel Dna dei postcomunisti tanto da fargli preferire l'unione con ex democristiani a quella con i socialisti. La cultura del socialismo liberale a giudizio di chi, come noi, ne è stato alleato ha ancora molto da dire, in particolare sul terreno della democrazia nell'era della globalizzazione economica e su quello di una nuova stagione dei diritti e dei doveri in società nazionali smarrite e alla disperata ricerca di nuove certezze e di nuovi orizzonti. Le cose dette e proposte da Tony Blair nel Parlamento di Strasburgo non gli impediscono di continuarsi a definire laburista così come le scelte di Schröder sul terreno delle riforme del Welfare e del no all'alleanza con la sinistra radicale di La Fontaine non gli fanno rinnegare l'identità socialista. La scorciatoia del partito democratico viene proposta naturalmente da quanti, come Francesco Rutelli e Romano Prodi, o sono figli di tradizioni diverse da quelle della sinistra o sono stati protagonisti di una cultura cattolica fortemente intrisa di economicismo.
Pochi, però, si accorgono che quella scorciatoia del partito democratico o porterà tutti nella famiglia socialista europea, e allora sarà stata solo una modalità tattica per egemonizzare spezzoni di culture politiche diverse, o porterà diritto in fondo al burrone del pragmatismo senza identità e quindi subalterno alle grandi forze economiche che oggi più che mai rischiano di essere i signori del mondo senza alcuna legittimazione democratica, forti come sono solo del loro denaro e della grande stampa di informazione che controllano. Un’ultima considerazione. La politica americana ha alcuni valori comuni in politica estera (la visione unilaterale del governo del mondo), in politica economica (il mercato come fine e non come mezzo), in politica sociale (l'individualismo economico legittima moralmente la mancata o scarsa tutela dei più deboli) che rendono spesso molto esile la distinzione tra repubblicani e democratici. Valga per tutti l'esempio della guerra del Vietnam iniziata da Kennedy e chiusa da Nixon. Non basta allora contrapporre, come pure abbiamo letto, Tocqueville a Marx per scoprire la «bontà» di un partito americano perché ancora una volta questo paragone è l'esempio di quella concezione tolemaica della politica che vedeva nel comunismo il centro motore e legittimante di tutte le diverse culture politiche e del pensiero liberale, cattolico e democratico europeo.
La presa di cappello dei socialisti di Boselli conforta la nostra analisi che naturalmente può anche essere sbagliata. Non crediamo sia giusto, però, lasciare il dibattito sull'assetto della sinistra politica solo a chi ci fa parte come sta facendo qualche grande organo di stampa. Anche perché dietro questo tentativo vediamo contraddizioni sociali e forze la cui natura non ci è ancora ben chiara e sulle quali avremo presto occasione di ritornare.