Se questa Destra sceglie di fare la Dc

Chi dice che di fronte alla realtà vale più la politica della cultura,
e chi ritiene inutili le ideologie del ’900. Il vero guaio invece è che
si conquistano poltrone ma si lasciano sguarniti i centri del potere
intellettuale

«Perché la Destra ha paura della cultura». Dietro questo titolo redazionale volutamente provocatorio, chi scrive aveva avanzato sabato scorso una serie di considerazioni e di riflessioni sulla insufficienza culturale di chi pur governa il Paese con una forte maggioranza parlamentare. Gli interventi che si sono succeduti hanno, ciascuno a proprio modo, cercato di dare una risposta e vale dunque la pena, in conclusione, provare a valutarne gli esiti complessivi.

Schematizzando, e fatalmente banalizzando, fra altre considerazioni su cui torneremo alla fine, sono emerse due linee di pensiero. La prima, di Gianni Baget Bozzo e, in parte, del ministro Sandro Bondi, ritiene che nel Duemila la complessità del reale non possa essere racchiusa in un pensiero, che si debba procedere per intuizioni più che per ragionamenti, per percezioni della realtà più che per giustificazioni... Detto in altri termini, c’è una capacità politica di interpretazione e di rappresentazione dei mutamenti della società italiana che va oltre la capacità stessa di comprenderla e di schematizzarla in forma teorica.

La seconda, di Luciano Lanna, direttore del Secolo d’Italia, e del politologo Alessandro Campi, partendo anch’essa da quella complessità sopra ricordata, una post-modernità che rende ormai impossibili le ideologie del XX secolo, rivendica lo sparigliamento delle idee e lo ritiene politica allo stato puro.

Ambedue le letture sono interessanti, legittime e contengono alcune verità. Credo però che ne nascondano altre, il che le rende auto-assolutorie e consolatorie, come tenterò di spiegare.
Quella di un linguaggio politico senza le parole per esprimerlo compiutamente, ovvero di un pensiero mitico, necessita di un carisma che lo incarni e non c’è dubbio che esso abbia trovato in Silvio Berlusconi il suo campione più rappresentativo. Il fascino carismatico consente di dare una omogeneità a realtà politiche, sociali, economiche, culturali, anche diverse, e di mimetizzare e/o nascondere lacune, incertezze, errori. Favorisce anche, inutile negarlo, una sorta di lassismo intellettuale, perché comunque affida a chi lo rappresenta la sintesi e le scelte e in esso confida.

Nasce anche da qui il disinteresse, se non il disprezzo, verso l’elaborazione culturale, ritenuta un freno, uno spreco di tempo, un inutile lusso sulla strada delle decisioni. Qualcosa del genere, pur nella diversità di sistema politico e di costume in senso lato, avvenne nel Regno Unito con Margareth Thatcher, il cui carisma e il cui successo spiegano anche il successivo e quasi ventennale tracollo dei conservatori.

Va aggiunto che la democrazia parlamentare italiana non favorisce le leadership carismatiche e infatti in questo ultimo quindicennio c’è stata un’alternanza di potere al governo e una sostanziale spaccatura del Paese. Fare cultura dovrebbe servire proprio a evitare tutto questo, allargare il consenso, convincere chi è diffidente del carisma in quanto tale, penetrare in profondità nelle istituzioni, modificare la percezione che di te ha chi non ti vota...

Veniamo allo sparigliamento delle idee. Esso si situa intellettualmente in un ambiente politico che ne ha sempre rifuggito, il che ha costretto i pensatori a quell’ambiente organici a bizantinismi mentali per giustificare politicamente ciò che culturalmente era ingiustificabile. L’ultimo in ordine di tempo è stata la teorizzazione di un’identità partitica di destra da contrapporre orgogliosamente alla logica berlusconiana del Partito unico, cui ha fatto seguito la teorizzazione altrettanto orgogliosa della fusione... Adesso che l’ «equivoco» si è sciolto nei modi che sappiamo, resta da capire dove possa portare questo movimentismo e quanta voce in capitolo possa avere.
Come ha scritto giustamente Mario Cervi, qualche lezione del passato dovrebbe comunque servire anche per il futuro.

La egemonia culturale della sinistra «fu agevolata da una Democrazia cristiana che - come Forza Italia e forse più di Forza Italia - disdegnava la cultura perché voleva le poltrone, i consigli d’amministrazione, i posti che procuravano vantaggi economici. Cedendo così alla sinistra le scuole, le università, in parte la magistratura, in parte il giornalismo». E non ha torto Gianfranco De Turris a vedere «nel gran calderone democristiano del Partito popolare europeo» un approdo finale politico in cui, aggiungo io, la contaminazione intellettuale delle idee, le «nuove sintesi», suonano patetiche oltreché inutili.

Più di dieci anni fa scrissi un pamphlet che si intitolava Per farla finita con la Destra, e non sarò quindi io a dolermi della sua scomparsa. Sorprende però che chi in questo decennio ne ha a vario titolo fatto parte e l’ha rappresentata, si faccia ora andar bene un postmodernità democristiana. Il tono un po’ saccente, quanto ingeneroso, con cui a volte si replica a quanto sopra risente, forse, di un imbarazzo. Personale e intellettuale.