SE QUESTO È UN PREMIER

Siamo in presenza d’un modo di governare che è, nei Paesi seri - usiamo un eufemismo - inconsueto. Siamo cioè in presenza d’un presidente del Consiglio il quale dichiara, papale papale, che avrebbe negoziato la liberazione di Daniele Mastrogiacomo «anche di fronte ad una norma contraria alla trattativa». Uno dei massimi rappresentanti delle istituzioni - e il più diretto responsabile di decisioni come quella di cui si discute - afferma che, se gli pare opportuno, è pronto a infischiarsene della legge. Aggiunge, Romano Prodi, che in presenza della moglie e del fratello di Mastrogiacomo, e del loro dolore, avrebbe ignorato ogni fastidiosa turbativa legale frapposta a un cordiale dialogo con i talebani.
Non mi nascondo la drammaticità del dilemma che, per il caso Mastrogiacomo, s’è dovuto affrontare, e che è analogo a tanti simili dilemmi: e nemmeno mi nascondo la sofferenza di chi deve pronunciarsi. Soffrì Cossiga per la sorte di Aldo Moro, di sicuro soffrì perfino Giulio Andreotti. Anche Moro, come Mastrogiacomo, aveva famiglia. Ma per chi sta a Palazzo Chigi esistono impegni e imperativi che il comune cittadino può ignorare: e che si chiamano senso dello Stato e rispetto dei suoi ordinamenti. Per quanto riguarda l’obbedienza alle leggi Socrate la pensava diversamente da Prodi?
Vorrei tanto che, sulla vicenda di Mastrogiacomo, Prodi finalmente tacesse dopo tanti errori e tanti disinvolti aggiustamenti della verità. Fosse umile e silenzioso potremmo anche mettere fine, per amor di Patria, a una disputa penosa. Invece no, lancia proclami arroganti. Sfida l’opacità disumana delle leggi proprio lui, leader d’uno schieramento che rivendica, un giorno sì e un giorno sì, il diritto d’essere interprete della giustizia, e paladino della magistratura. Per non sacrificare una vita umana, è il concetto, si può sacrificare tutto. Questo tipo di discorso ha trovato immediato ed entusiastico consenso, c’era da aspettarselo, nel verde Paolo Cento, che del menefreghismo per le leggi è un veterano: e al quale non è parso vero di trovarsi accanto, come occasionale ribelle, un tifoso delle toghe.
Visto che Prodi insiste è opportuno rammentargli alcune cosette. Siamo stati molto contenti, è pressoché inutile ribadirlo, per il ritorno a casa di Daniele Matrogiacomo: purtroppo guastato da manifestazioni di giubilo e da espressioni di trionfo che erano non solo inopportune ma disgustose. Lo erano perché c’era già stato uno sgozzato - l’autista - prima che il giornalista ci fosse restituito, lo erano perché il mercanteggiamento con i talebani aveva previsto la liberazione di terroristi conclamati, lo erano per la possibilità che i feroci tagliagole spargessero - come hanno fatto - anche il sangue dell’interprete, e che sulla scia del cedimento italiano fossero avanzate altre richieste di scambi. Il che sta avvenendo per gli ostaggi francesi.
Allora Prodi dovrebbe meglio articolare il suo pensiero, e precisare che è doveroso trattare contravvenendo la legge, e anche se c’è già stato un morto, e anche se è in vista un altro morto, e anche se questo comportamento determina un fatale indebolimento sia della lotta a chi uccide nel nome di Allah, sia dei legami internazionali dell’Italia. Si ritiene che ne valga la pena? È un’opinione ammessa, forse largamente condivisa. Ma non ci si trinceri dietro ipocriti appelli umanitari.