Se il Quirinale avesse i poteri della Casa Bianca

Paolo Armaroli

Da Lina Sotis gli uomini della Lega nulla hanno imparato. Il bon ton non sanno neppure dove stia di casa. Si vede che Bossi ha fatto scuola. Il bello è che se ne fanno un vanto. Il ministro Castelli non fa certo eccezione alla regola. Meglio di lui sa fare solo il suo collega di partito e di governo Calderoli. Che per il gusto di una battutaccia ad effetto si venderebbe pure la povera mamma, che non meritava un ragazzaccio così discolo.
Allora non stupisce che il ministro della Giustizia sia considerato da certi benpensanti, che nella specie si dimostrano malpensanti, il nemico pubblico numero uno. Non tanto - si badi - perché spesso e volentieri cura poco le forme e, cascasse il mondo, va giù duro che più duro non si può. Quanto piuttosto perché ha il torto di aver opposto da anni un secco rifiuto all’ipotesi di dare il proprio avallo alla grazia nei riguardi di Sofri e Bompressi, responsabili con il latitante Pietrostefani - secondo una sentenza definitiva della magistratura - dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi.
Come nemico pubblico numero uno, pensate, ora Castelli batte - è tutto dire - perfino Berlusconi. Al quale il centrosinistra non perdona il fatto che per ben due volte, nel 1994 e nel 2001, gli ha strappato il giocherello di un potere al quale da sempre l’attuale opposizione è particolarmente affezionata. Com’era prevedibile, il tiro al bersaglio nei confronti del Guardasigilli è diventato uno sport nazionale soprattutto da quando il 10 giugno Ciampi ha sollevato conflitto di attribuzione affinché la Corte costituzionale decida una buona volta se l’esercizio del potere di grazia sia di esclusiva spettanza del Quirinale o debba essere condiviso con il ministro della Giustizia.
Si è in particolare menato scandalo perché Castelli ha dichiarato che, se la Consulta gli dovesse dar torto, avremmo effetti «devastanti» in quanto il Quirinale avrebbe poteri degni della Casa Bianca. Apriti cielo. Certo, l’aggettivo impiegato dal Guardasigilli non è dei più felici. Ma se al di là della forma si guarda alla sostanza, la sua tesi non è poi tanto campata in aria. Da quel raffinato costituzionalista che è, Cossiga sul Riformista del 17 giugno ha motivato da par suo l’assunto. Ha osservato che se la Corte costituzionale darà ragione al Quirinale, «si avvierà certo un processo a cascata» che spalancherà le porte a «una decisa svolta verso una concezione di semi-presidenzialismo rispetto a quella di parlamentarismo puro». Del resto, date le potenzialità multiple della nostra Costituzione, già negli anni Sessanta Giuseppe Maranini poteva sostenere che una sua determinata «lettura» sarebbe perfettamente compatibile con la forma di governo degli Stati Uniti, che combina il presidenzialismo con il federalismo.
Certo, Ciampi non si avvarrà di una tale opportunità per almeno due buoni motivi. Innanzitutto perché il suo mandato scadrà l’anno prossimo. E poi perché la sua presidenza si è finora caratterizzata per uno stile degno di Einaudi, di gran lunga il miglior inquilino del Colle e al quale Ciampi si collega anche per affinità di cariche ricoperte. Ma i suoi successori potrebbero a buon diritto pensarla diversamente e agire di conseguenza. Con il bel risultato che il presidenzialismo, dalla riforma costituzionale del centrodestra cacciato dalla porta per compiacere il centrosinistra, che non lo voleva nemmeno dipinto, rientrerebbe così dalla finestra. Gli apprendisti stregoni, si sa, di solito sono vittime dell’eterogenesi dei fini.
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