Se il Quirinale lancia la pietra e si nasconde

Francesco Damato

Anche Giorgio Napolitano, che pure non ha bisogno di negoziare in ogni momento la prosecuzione del suo mandato settennale con le componenti grandi, piccole e piccolissime della coalizione di governo che lo portò poco più di due mesi fa al Quirinale, ha adottato la pratica non certo coraggiosa di lanciare il sasso e nascondere la mano.
Già espostosi con alcuni richiami ai «seri problemi» che potrebbero arrivare sul suo tavolo, evidentemente con la crisi ministeriale, in caso di mancata tenuta della maggioranza nelle votazioni al Senato sulle missioni militari italiane all'estero, il presidente della Repubblica ha colto l'occasione offertagli da un’intervista al giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung per quello che in un primo momento mi è ingenuamente sembrato un salutare affondo. Tanto più apprezzabile - ho pensato - se si considera la sua antica militanza comunista.
«Anacronistiche e prive di realismo» sono state definite dal presidente della Repubblica le posizioni di quanti ancora «mostrano ostilità verso gli Stati Uniti e la Nato» e vivono come un dramma tutte le situazioni nelle quali l'Italia partecipa a missioni militari con gli uni o con l'altra, o con entrambi. Per rasserenare l'intervistatore stupito del fatto che «la terza forza di governo», dopo i Ds e la Margherita, sia da noi rappresentata da un partito come Rifondazione Comunista, dove né gli Stati Uniti né la Nato si possono definire popolari, Napolitano lo ha invitato a non lasciarsi confondere dalla graduatoria parlamentare. Quelli che scambiano ancora gli americani e la Nato per mostri - ha spiegato il presidente - sono «piccoli gruppi con scarso seguito», per quanto capaci evidentemente di fare danni da lui stesso avvertiti quando ha adombrato la crisi.
Ma Franco Giordano, del quale Fausto Bertinotti si fida tanto da avergli lasciato la segreteria di Rifondazione Comunista quando egli ha assunto la presidenza della Camera, ha raccontato ad una cronista del quotidiano la Repubblica che domenica scorsa non aveva ancora letto sui giornali le parole di Napolitano che era già stato «chiamato dal Quirinale» per essere tranquillizzato. Il presidente aveva tenuto a fargli sapere di avere voluto «ovviamente» riferirsi non a Rifondazione Comunista «ma ad alcune posizioni e ad alcune realtà che sono anche nel mio partito», ha raccontato Giordano. Che tuttavia, sempre parlando con la cronista di la Repubblica e difendendosi dalla concorrenza del partito comunista di Oliviero Diliberto, ha così elencato i meriti acquisiti dalla sua parte politica sul fronte delle missioni all'estero: «Dall'Irak ce ne andiamo senza lasciare neppure un soldato, mentre Berlusconi aveva fatto un accordo con Washington per lasciarne là una parte almeno per un altro anno. In Afghanistan abbiamo ridotto gli uomini, abbiamo stoppato l'invio di mezzi da guerra e delle nostre truppe nel sud dove si combatte». È vero: Rifondazione ha ottenuto dal governo il no alla richiesta di un maggiore impegno in Afghanistan avanzata non solo dagli Stati Uniti e dalla Nato ma anche dalle Nazioni Unite per fronteggiare il terrorismo talebano.
Mi chiedo se di questo poco onorevole successo comunista si sia accorto il buon Napolitano, trovando magari il modo di scusarsene nei giorni scorsi con il segretario generale dell’Onu, che ha avuto occasione di incontrare a Roma.