Se il regista si scopre scrittore

La sceneggiatura di «Sarabanda» rivela un inedito Ingmar Bergman

Sarabanda di Ingmar Bergman (Iperborea, pagg. 104, euro 10,50) è il testo della sceneggiatura dell’omonimo film-tv che il cineasta svedese ha realizzato nel 2003. Per l’occasione precettò due interpreti d’eccezione, «complici» di vecchia data, quali Liv Ullman ed Erland Josephson, già nel ’73 al centro di una memorabile realizzazione, Scene da un matrimonio, che per tanti versi si può ritenere la prima, propedeutica incursione tra i dubbi fasti e le autentiche miserie della convivenza coniugale di una coppia, all’apparenza, borghesemente «tranquilla». Strutturato in dieci scene più un prologo e un epilogo questo testo, al di là della sua appassionante tenuta nella versione per lo schermo (piccolo o grande che sia), non risulta per nulla subalterna alla forma letteraria, ma si impone per intensità narrativa e progressione drammatica proprio quale autonoma, originale opera creativa. Come dire che il libro pubblicato da Iperborea potrebbe figurare con piena dignità in guisa di racconto non necessariamente destinato a tramutarsi in film.
D’altra parte, da tempo Bergman, dal suo defilato austero eremo delle Isole Farö, va reiterando (benché di volta in volta smentito) che non intende più fare cinema né immaginare apologhi destinati allo schermo. Evidentemente, l’antica attitudine ad esternare, anche obtorto collo, ciò che gli capita di sperimentare nella sua inquieta vecchiaia e che, per tanti versi, ha costituito sempre la croce e la delizia del suo cinema maggiore tende a forzargli la mano. Basterebbe citare al proposito alcuni tra i capolavori assoluti: Il posto delle fragole, Il settimo sigillo, Fanny e Alexander, Sussurri e grida, ecc. Per quel che riguarda poi l’ordito narrativo, Sarabanda segue la traccia di una sorta di Kammerspiel abitato da quattro tormentati personaggi legati da gradi vari di parentela: il vecchio Johann (adombrante forse lo stesso Bergman) l’ex moglie Marianne, il figlio Henrick e la giovane figlia di quest’ultimo, Karin. Rifacendoci ancora a Scene da un matrimonio si potrebbe qui ribadire quanto detto per quel lontano film: «Tra sussurri e grida, in altalena tra tenerezza e violenza, in bilico tra il paradiso (illusorio) e l’inferno (autentico), quel che prevale in questa... odissea... è il purgatorio... ». Nella esauriente Postfazione di Paolo Mereghetti al volumetto di Iperborea viene ricordato che Erland Josephson ebbe a precisare, nel 2004, che Sarabanda «sarebbe nata come per scherzo tra Ingmar, Liv e me, a proposito di quello che avrebbe potuto succedere a Johann e Marianne, i personaggi di Scene da un matrimonio» parecchi anni dopo. Ed è puntualmente, tormentosamente ciò che Bergman rievoca, appunto, in questa sua inconsolata Sarabanda, un’autodelazione impietosa e insieme un disincantato sguardo sulla vita, sulla morte.