Se la religione può combattere il mal di vivere

Marcello D’Orta

Contate fino a quaranta. Fatto? Ebbene, in questo tempo, qualcuno, nel mondo, si è tolto la vita. Con ogni probabilità sarà cinese; diversamente, lituano (riferisco dati dell’Organizzazione mondiale della sanità), o lombardo (se ci riferiamo all'Italia). Ogni anno si danno la morte 800mila persone, di cui la metà in Cina. Il 14% dei suicidi che avvengono ogni giorno nel nostro Paese è commesso da giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Non vi affliggerei in piena estate, con questi dati mortuari, se non mi fosse a cuore la sorte delle umane genti, e dei bambini in particolare, e se non ci fosse un minuto, anzi quaranta secondi, da perdere.
Alcuni giorni fa cinque bambine di Phuong Hoang, provincia di Hai Duong (Vietnam) si sono gettate nel fiume, con le mani legate da un filo rosso. Quasi contemporaneamente, nel distretto di Long Bien (Hanoi) due quattordicenni, «colpevoli» di amarsi contro la volontà delle famiglie, hanno ingerito una forte dose di sonniferi, che li ha fatti risvegliare (si spera) in Paradiso. Sempre in Vietnam, e sempre usando barbiturici, hanno messo fine alla propria esistenza dodici bambini, vergognosi di aver riportato brutti voti sulla pagella, e per conseguenza sgridati dai genitori.
Che cosa spinge un individuo nel fiore degli anni, a non volerne sapere più della vita? Siccome non sono uno psicologo, non darò risposte «scientifiche», mi limiterò a rilevare che la morte è diventata una cosa di tutti i giorni alla televisione, al cinema, nei videogiochi, nei fumetti e nei libri, ed è probabile che i bambini si siano fatti un’idea sbagliata dei valori della vita. Spessissimo gli adolescenti parlano di suicidio o lo minacciano, ma i genitori non danno gran che peso alle loro parole. Il giornale di Città del Messico Milenio, scrive che l’80% dei bambini che si ammazzano o tentano di farlo, annunciano a voce o per iscritto la loro intenzione, con giorni o addirittura mesi di anticipo.
A tale proposito, forse ricorderete il suicidio di Francesco, diciottenne di Ostia, il quale affidò a un video le spiegazioni del suo addio alla vita: «Finalmente arrivato a diciotto anni posso decidere come morire (si sparerà un colpo di pistola alla nuca ndr). Finalmente mi sento come liberato da un peso. Il motivo che mi spinge al suicidio è un segreto tutto personale, che nessuno saprà mai».
Sì, spesso si tratta di un segreto, ma per lo più le ragioni che spingono un giovane a suicidarsi sono maltrattamenti fisici o verbali, abusi sessuali, disgregazione della famiglia e problemi scolastici. Già, la scuola. Interrogati su questi suicidi collettivi, il direttore della scuola Dth di Hanoi, ha dichiarato che «oggi i bambini sono deboli, e l’educazione scolastica si concentra solo sulla teoria, senza preoccuparsi delle attività dello spirito». Gli ha fatto eco l’insegnante di un altro istituto vietnamita: «Senza un’educazione spirituale, i bambini sono gettati senza difesa contro il consumismo, che rende vuota l’esistenza, senza stimoli positivi o motivazioni forti». Tra le materie scolastiche in uso in Italia, ce n’è una che è sempre stata tenuta in poca considerazione, da alunni, genitori, docenti e ministro della Pubblica Istruzione (al pari del disegno, del canto e dell’educazione fisica). È la religione. Una «materia» di serie C (o B, ma con 30 punti di penalizzazione) nei confronti di italiano, geografia, latino ecc. Tuttavia è mia opinione che se si studiasse un po’ meno chimica, fisica, storia o matematica, e si guardasse un po’ più il crocifisso (quello che molti liberi pensatori vorrebbero sfrattare da aule scolastiche, tribunali e ospedali), i becchini avrebbero meno lavoro. E poco importa che scenderebbero pure loro in piazza, come tassisti e farmacisti.
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