Ma se Renzi resta nel Pd la sua scommessa è persa in partenza

Se non vuole venire risucchiato dalle logiche di potere del partito deve correre da solo e dar voce agli elettori moderati liberali

La questione cui Matteo Renzi deve rispondere con il suo Big Bang non è se si candiderà o meno a Palazzo Chigi, ma se lo farà restando all’interno del Pd, dei suoi riti tribali e delle sue dispute bizantine, oppure se si libererà della zavorra che opprime la sinistra italiana e si rivolgerà al Paese, cioè alla gente normale che non ne può più della guerra civile fredda fra berlusconiani e antiberlusconiani.

Se Renzi resta nel Pd, la sua scommessa è già morta. Il sindaco di Firenze passerà il tempo a distinguersi da Bersani, a difendersi dalla Bindi, a divincolarsi dall’abbraccio troppo stretto di Veltroni, a litigare con D’Alema, a flirtare con Letta... È quello che vogliono i vecchi capicorrente (che hanno disertato la Leopolda), ed è quello che sperano i giovani in lista d’attesa per ereditarne il posto (secondo l’ex rottamatore Pippo Civati, accorso a Firenze per «rimettere insieme i cocci», «bisogna che il Pd viva»): risucchiato nelle logiche mortifere del partito, Renzi sarebbe rapidamente normalizzato e reso inservibile come tutti gli altri.

La seconda opzione prende le mosse dalla convinzione che il Pd non ha più nulla da dire al Paese. Oggi nella sinistra hanno vinto i massimalisti e gli statalisti (oltreché, naturalmente, i giustizialisti). Il Pd dovrebbe chiamarsi Rifondazione cattocomunista. Buttato fuori dal Parlamento appena tre anni fa, Bertinotti è infatti il nuovo, vero leader morale della sinistra italiana.

La stagione dalemiana del «Paese normale» è archiviata per sempre, così come è gettato alle ortiche il programma riformista e liberale di Veltroni: il Pd è tornato più o meno il Pci di Natta, un partito pervicacemente conservatore e paralizzato dalle lotte per la successione. Tutte le sciocchezze contro il mercato, il profitto, il lavoro e la proprietà sono tornate impetuose a dominare il dibattito pubblico, dove il pensiero unico costringe i pochi liberali rimasti a chiedere ospitalità al Foglio di Giuliano Ferrara. Psicologicamente soggiogata alle manette dipietriste per un quindicennio, la sinistra si riscopre finalmente «sinistra» rispolverando dall’armadio degli anni Settanta la lotta di classe, il «bene pubblico», la patrimoniale, la centralità del sindacato e l’estensione illimitata del Welfare.

Cioè riproponendo più o meno tutte le ricette che, fallite, sono all’origine della crisi.
Con questo Pd non c’è dunque più niente da fare, e prima Renzi ne trarrà le conseguenze, meglio sarà per lui e per tutti. L’alleanza Bersani-Di Pietro-Vendola, già benedetta dai sondaggi, è ormai inevitabile, tantopiù se, come molti credono, si voterà in primavera. E poiché nessun riformista e nessun liberale potrà mai votare per un’alleanza che comprenda Vendola e Di Pietro, nella rappresentanza politica del Paese si dischiude una prateria che attende di essere conquistata.

È questa la possibilità che Renzi ha di fronte a sé: spezzare le catene di un sistema politico paralizzato dall’ossessione (anti)berlusconiana, abbandonare al proprio destino la sinistra dei cortei e delle manette, e chiamare a raccolta le forze tranquille, moderne e liberali che languono prigioniere in quasi tutti i partiti. Con Berlusconi tramonta un intero sistema politico, di cui il Pd e i suoi alleati sono parte integrante ed essenziale (Sergio Chiamparino, accolto a Firenze con un’ovazione, si è detto «molto colpito da un recente sondaggio, che vede solo il 20% degli italiani dare la sufficienza all’opposizione»). Milioni di elettori del Pdl, del Pd, del Terzo polo e della Lega non voteranno più pro o contro Berlusconi: voteranno per una nuova Italia. Renzi ha le carte in regola per giocarsi la partita: ma deve consumare presto il suo addio alla sinistra del Novecento.