Se la rivoluzione ora è anti islamica

Le elezioni in Tunisia, che sembravano doversi sviluppare nella calma grazie anche agli osservatori stranieri e nonostante l’esistenza di oltre cento liste in lizza, hanno avuto una brusca svolta per il peggio nella notte tra giovedì e venerdì.
La cancellazione del Partito Petition Populaire in sei circoscrizioni elettorali ha provocato violente reazioni portando all’incendio nella città di Sidi Bouzid della sede del partito islamico moderato Ennahda, vincitore indiscusso di questa prima prova di democrazia tunisina con il 40% dei voti.
La campagna del Partito Petition Populaire è stata interamente condotta dall’estero. Avrebbe ottenuto il 26% dei suffragi e non è chiaro se dietro questo nome si nascondano o no i resti del vecchio partito del dittatore Ben Ali. Ma l’aspetto politicamente più interessante di questa violenza è che ha assunto un carattere nettamente anti islamico e che è scoppiata a Sidi Bouzid, città simbolo della primavera araba perché proprio qui si è dato alle fiamme il venditore di frutta che con il suo gesto ha dato il via alla rivolta.
Queste violenze non impediranno certo al partito Ennahada, che ha ottenuto il 40% dei voti e che avrà 90 seggi alla Costituente, di formare il prossimo governo di coalizione. Ma lo porranno di fronte a tre problemi.
Il primo è che per governare il partito islamico dovrà accordarsi con una o più liste e che la scelta dipenderà non tanto dal carattere liberale di questi partiti ma dalla loro posizione verso il potere islamico.
Il secondo problema è che l’esperienza di un governo di coalizione fra islamisti e non islamisti sarà il vero banco di prova della democrazia tunisina.
Il terzo problema è che al di là dei numeri quello che si scontra in Tunisia - e che potrebbe avere importanti ricadute su altri Paesi arabi in preda alla rivoluzione - è il modo come affrontare la modernità.
Quello islamico, sinora, è stato di escludere di fatto dal potere chi si oppone all’islamismo.
Il modello liberale che difende il diritto dell’opposizione e della critica del potere costituito come essenza della democrazia e come sola garanzia della liberta ha poche radici nel tessuto sociale arabo, salvo in Tunisia dove l’influenza francese è ancora molto forte e il ruolo della donna importante a difesa dei diritti conquistati. Questa è dunque
la vera battaglia aperta otto mesi fa
dalla «rivoluzione dei gelsomini»,
non quella dei numeri usciti
dalle stazioni elettorali.
Le violenze ispirate dalla rabbia del Partito Petition Populaire (e probabilmente di altre formazioni che gridano alla manipolazione islamica delle elezioni) possono essere la prova della onestà di un partito «islamico moderato» oppure il pretesto
per attuare anche in Tunisia
la contro rivoluzione in nome
dell’ordine pubblico.
Una contro rivoluzione
che preannunciavamo su queste pagine
per l’autunno e che già è visibile in altri Paesi arabi - Siria, Egitto, Qatar, Yemen.
La Tunisia diventa così il vero banco
di prova di un movimento rivoluzionario arabo che si scontra con i problemi
della modernità guardando tuttavia
con ottica islamica al passato.
In questo affascinante contesto,
il ruolo «democratico» della Libia sarà probabilmente altrettanto importante
di quello turco e tunisino.