Se La Russa doveva mandarlo a farsi fottere

Premessa. Il ministro della Difesa Ignazio la Russa ha fatto male a pestare i piedi al giornalista Corrado Formigli, inviato da Annozero alla manifestazione organizzata da Giuliano Ferrara al Teatro Dal Verme. Il giornalista, forse, più che fare un’intervista voleva provocare; e il ministro c’è cascato: «Ma lo chieda a sua sorella!» è sbottato alla domanda sui festini di Arcore. Ma questo non cambia di una virgola la questione: i calli di Formigli, che era lì a fare il suo mestiere come meglio crede, sono sacri e non si toccano. Anche nel caso la caduta fosse accentuata, il fallo di La Russa, con menzione della «sorella», meriterebbe il cartellino giallo.
Nella scorsa puntata di Annozero però il corpo di Formigli è diventato il corpo di un martire trafitto non dalle frecce ma dai tacchetti. Santoro ha mostrato il tackle ministeriale, con ausilio di moviola e commento scandalizzato degli esperti in studio. Formigli rischia di star fuori una settimana per infortunio? C’è rimasto male per la battuta? No, per fortuna si è rimesso e può tornare in squadra.
Lo ribadiamo: i corpi di Formigli e di sua sorella sono sacri. Ma la regola aurea non è valida per tutti. Niente sdegno per il soave: «Vada a farsi fottere» di Massimo D’Alema al direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Quello non era un insulto ma dialettica politica. Niente sdegno per le perquisizioni subite dai colleghi di questo quotidiano. Si vede che tutti i corpi sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri. Pochi hanno protestato per il trattamento riservato dalle procure a chi, come Formigli al Dal Verme, faceva il proprio lavoro qui in via Negri. Forze dell’ordine in casa all’alba, uno choc per le famiglie. Redazione setacciata come fosse un covo di criminali. Hard disk personali requisiti, con tanti saluti alla privacy. Ciliegina sulla torta, uno spogliarello di fronte ai carabinieri per verificare che il dossier, il fantomatico dossier, non fosse custodito in qualche anfratto delle mutande, magari accanto alla macchina del fango. Altro che pestone sull’alluce, questa è una gomitata in faccia. Come quelle, intimidatorie, che volano in area quando c’è un calcio d’angolo. Roba da tre giornate di squalifica.
In verità, c’è anche di peggio. Infatti c’è una violenza più sottile di un calcio negli stinchi (comunque da condannare, ribadiamo). È la violenza che ognuno di noi sente di subire nel momento in cui assiste, da cittadino, al modo in cui sono svolte alcune indagini. Difficile, molto difficile non ricavarne l’impressione che certi magistrati amplino a dismisura il raggio delle intercettazioni per poi «scegliere» quali inchieste aprire e chi colpire. Per creare un clima favorevole agli inquirenti, le conversazioni spiate, anche se irrilevanti, sono poi passate ai giornali. Esponendo, in questo modo, i malcapitati a uno sputtanamento palesemente insensato ma non per questo meno doloroso. Un tempo c’erano le confessioni strappate con la carcerazione preventiva, oggi provvede il «Grande Orecchio» a far cantare tutti quanti: colpevoli e incolpevoli, indagati e non indagati, chi si merita di stare nell’occhio del ciclone e chi invece passa di lì per caso. Sono metodi che dovrebbero far rabbrividire chiunque abbia a cuore la legge e rispetti la funzione dei giudici. Invece fanno impressione a pochi. E tra quei pochi spesso non sono inclusi coloro i quali si riempiono la bocca della parola «legalità» a fini propagandistici. Per questi ultimi, c’è il tiranno da abbattere, ogni forzatura è lecita. Se ci va di mezzo la libertà, amen.
Non si può dare una tacchettata a Formigli, giustamente, ma è concesso entrare in gamba tesa sulla nozione stessa di diritto, ampliando in modo abnorme compiti e poteri della magistratura. L’Italia è un Paese singolare.