Se «scemo chi legge» diventa notizia

Le scritte sui muri degli edifici sono una metastasi, non ci piove. Un affronto alla civiltà. Un’emergenza estetica. Una vergogna nazionale. Ciò detto, siamo sicuri che sia sensato dedicare titoli d’apertura sui giornali e nei tiggì a ogni slogan che viene tracciato con lo spray in giro per l’Italia? È vero che quel «Bagnasco vergogna» sul portone della cattedrale di San Lorenzo a Genova gridava vendetta, se non altro per il vulnus arrecato al patrimonio artistico. Ma sentite il tono enfatico di Repubblica (avrei capito Avvenire) nel registrare eventi analoghi qualche giorno dopo: «E adesso tocca a Bologna e Napoli». Manco si trattasse di un’epidemia di colera. Seguiva dettagliatissimo resoconto su due nuove scritte (due) contro il Papa e il presidente della Conferenza episcopale.
Certo si tratta di fatti spiacevoli e il clima d’intolleranza che li accompagna non va sottovalutato. Tuttavia intravedervi i prodromi di una persecuzione contro la Chiesa cattolica mi sembra, più che eccessivo, ridicolo. Per carità, possiamo stabilire per convenzione che il discrimine tra imbecillità e terrorismo debba venir meno ogni qualvolta viene tirata in ballo la religione, ciò che giustificherebbe il cancan mediatico suscitato da un isolato, per quanto odioso, insulto antisemita («No agli ebrei, Mieli raus») vergato sulla sede Rai di corso Sempione a Milano allorché l’attuale direttore del Corriere della Sera era in predicato di diventare presidente dell’ente radiotelevisivo di Stato. Ma non sarebbe più onesto riservare uguale risalto anche alla condanna di iscrizioni a caratteri cubitali del tipo – vado sul sicuro – «Berlusconi fa qualcosa di utile per gli italiani: suicidati»? Ne incontro a centinaia, attraversando il Belpaese, e mai una volta m’è capitato di vederle fotografate sui giornali. Della qual cosa, sia chiaro, non mi rammarico. Ho infatti l’impressione che se diamo spago ai graffitari idioti che s’aggirano nelle nostre città, presto saremo costretti a dedicare un’apposita rubrica al deprimente fenomeno. Che non mi pare molto diverso, quanto a suggestioni emulative, da quello dei sassi lanciati sulle auto dai cavalcavia. Più ne parli e più aumentano.
Purtroppo gli scribi su carta anziché su malta, categoria cui ahimè appartengo, non dimostrano molto equilibrio nel trattare la materia. Stiamo al caso Bagnasco. Prima riferiscono a spanne, travisandolo, un discorso del presidente della Cei, facendo intendere che il presule avrebbe posto sullo stesso piano omosessualità, pedofilia e incesto. Poi danno conto delle minacce di morte che non le sue parole bensì le maldestre cronache dei giornali gli hanno procurato su qualche muro d’Italia. Infine registrano che «la notte scorsa la libreria Babele di Milano è stata oggetto di scritte omofobe fasciste» e fanno dire a Imma Battaglia, presidente di Di gay project, che queste «parole d’ordine riprendono alla lettera le esternazioni di monsignor Bagnasco». Ma tu guarda. E quali sarebbero tali esternazioni? Ecco qua: «gay pedofili», «gay al muro», «Imma Battaglia troia». Alla lettera erano proprio questi, e non altri, i messaggi spray che hanno insozzato le vetrine della libreria preferita dagli omosessuali lombardi. Va bene che vive a Genova, ma vi pare che il capo dei vescovi possa aver usato un lessico da camallo?
Siamo, come potete vedere, al cortocircuito informativo. Assai funzionale, peraltro, alla completa legittimazione della «diversità», considerato che qualche mese fa il ministero della Pubblica Istruzione, allertato ancora una volta a mezzo stampa, ha prontamente inviato un ispettore nel liceo romano Aristofane, dove erano apparse «scritte omofobe», allo scopo «di accertare i fatti e valutare gli opportuni eventuali provvedimenti». Davanti al cancello dell’istituto, qualcuno aveva dipinto nottetempo sull’asfalto «Lesbiche no grazie». Un diniego che al dicastero di viale Trastevere devono aver giudicato sconvolgente.
Del resto negli ultimi tempi l’Ansa ha dedicato appositi dispacci anche a un «Viva Milingo» apparso all’esterno della basilica di Sant’Eustorgio a Milano e agli slogan pro ovini tracciati dagli animalisti sulle vetrine di alcune macellerie a Modena dopo che Benedetto XVI aveva precisato nell’omelia del giovedì santo: «Gesù ha celebrato la Pasqua senza agnello». È anche capitato che la pubblicazione della notizia di tre scritte (tre) contro la polizia, comparse a Livorno in seguito ai tafferugli allo stadio di Catania che sono costati la vita all’ispettore Filippo Raciti, abbia provocato nei giorni appresso una grandinata di lanci d’agenzia per analoghe offese a Roma, Palermo, Pistoia, Massa Carrara, Bologna, Reggio Emilia, Verona, Asti, L’Aquila, Genova, Lucca, Napoli, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria, Viareggio, in un crescendo rossiniano a chi la sparava più grossa. Nel frattempo s’è appreso che le parole inneggianti alle Brigate rosse verniciate sul telone della pista di pattinaggio di Ozzano Emilia, nel Bolognese, sono da attribuirsi a quattro adolescenti – tre quindicenni e un tredicenne – che per scherzo, senza alcun intento politico, volevano vedere di nascosto l’effetto che fa. Visto: si sono guadagnati un posto nel notiziario dell’Ansa.
Mi tocca dare atto a Oreste Scalzone, lo sdentato ex leader di Potere operaio che di terrorismo se ne intende, d’aver pronunciato il commento più sensato sui graffiti anti Bagnasco: «Le scritte, come gli slogan delle manifestazioni, se prese per ciò che dicono esprimono un pensiero che al massimo è comparabile a quello espresso da uno spot pubblicitario. Non significano nulla. E per questo non so se possono suscitare scandalo. Ma trovo in ogni caso spropositata la reazione scandalizzata del sistema politico e mediatico. In un Paese normale, usando un modo di parlare che non è mio, non si farebbe un caso di una scritta più o meno sciocca su un muro».
Forse ogni tanto dovremmo ricordarci di quando da bambini, col gesso rubato a scuola, ci divertivamo a scrivere per strada: «Scemo chi legge». Cerchiamo di non far sentire scemi quei pochi che ancora leggono i giornali.
Stefano Lorenzetto
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