Se lo sciopero del "Corriere" è fuori tempo

di Raffaella Viglione*

Lo sciopero al Corriere della Sera, in risposta a una lettera del direttore, Ferruccio De Bortoli, che chiede impegno per le nuove tecnologie al di fuori dalle rigidità imposte dal contratto dei giornalisti, rappresenta sicuramente qualcosa di nuovo nel panorama della comunicazione e della carta stampata in particolare. Il Comitato di redazione del Corriere l’ha giudicata «irricevibile» e ha indetto due giorni di astensione dal lavoro. È evidente - almeno a leggere il comunicato della rappresentanza dei redattori - che l’intervento di De Bortoli viene ritenuto un atto «strumentale al taglio delle tutele e dei contratti integrativi», e nasce dalla convinzione che la posizione del direttore non sia una semplice riflessione sul futuro della professione, ma nasconda anche problemi interni alla testata. Quindi, se da un lato qualcuno potrebbe rimanere impressionato dalla compattezza della redazione, a qualcuno altro potrebbe sembrare una reazione diretta sproporzionata al taglio del dibattito.
Immaginiamo anche cosa sarebbe accaduto se certe parole le avesse usate Vittorio Feltri o se questa vicenda si fosse svolta in un giornale di destra: sarebbe scoppiata la rivoluzione, tutti le altre testate giornalistiche lo avrebbero trasformato in un caso da «apertura». In realtà azione e reazione trovano il loro fondamento nel «monstrum» giuridico che è diventato il contratto nazionale dei giornalisti. Editori e sindacato unico, la Fnsi, si sono trovati d’accordo nel lasciare inalterate certe «conquiste» delle redazioni stabilizzate lasciando campo libero allo sfruttamento selvaggio dei non garantiti: sia coloro i quali cercano un accesso decoroso a una professione proletarizzata, sia coloro che ne sono stati espulsi in dolorose e inquietanti ristrutturazioni passate sotto un silenzio complice di tutti gli attori della commedia.
È vero che la professione sta cambiando: dalla firma dell’ultimo contratto dei giornalisti è nato l’I-Pad e nel frattempo gli italiani hanno avuto accesso di massa all’Adsl. La multimedialità pone problemi di vario genere. Anche le agenzie di stampa più potenti si trovano spesso scavalcate dai messaggi di Twitter che fanno prima di loro a dare la notizia. E quest’ultima – spesso non verificata e non verificabile – corre sul web in quantità tale da soffocare la qualità. È chiaro che un sindacato vecchio modello ed editori vecchio stile non possono far fronte a un cambiamento così repentino e violento. Di conseguenza scoppia una conflittualità di retroguardia perché i Cdr si trovano da soli nell’affrontare con criteri di professionalità e qualità le ristrutturazioni aziendali che seguono invece logiche di profitto e competitività. Le due posizioni sono destinate a non incontrarsi mai. Almeno fino a quando non ci si chiarirà su alcuni punti fondamentali. Come quello che il lavoro va pagato, e se è a tempo determinato (quindi precario) meglio ancora che se a tempo indeterminato. Da quell’orecchio gli editori non ci sentono e la Fnsi si limita a sussurrargli nell’altro che alcuni non vanno toccati mentre degli altri si può far strame. Il Corriere non va in edicola, ma il dibattito resta apertissimo.
*Vicepresidente di Lettera22
www.lettera22.info