Se lo scrittore monta in sella il viaggio diventa poesia

«E ogni volta che potevo esaminare una bicicletta, mi sentivo forzato, come dall’attrazione di un frutto proibito, ad afferrarla, a palparla, a domandarle come a una forma dotata di senso e di coscienza, se era proprio vero che ella avesse la virtù di ridare alla maturità qualche ora di giovinezza». La frase di Edmondo De Amicis, autore dell’infinito libro Cuore, si trova in un’agenda, così di nera eleganza ma con altrettanta manegevolezza sportiva: Parole e pedali. 365 giorni in bici a cura di Alberto Fiorin. Edicicloeditore.
Lo spazio librario al Salone è un luogo che profuma il fiato, quasi un motto per la casa editrice di Portogruaro (Venezia) che da venticinque anni pubblica solo volumi dedicati al piacere di pensare con due rotelline. Si soffermano molti stranieri davanti ai libri distesi sul banco: guide, manuali, storie del ciclismo ma anche tanta fascinazione letteraria, chiamata da romanzi e racconti che l’aria frizzante di un viaggio in bici ha infuso nelle corde di menti poetiche. La bicicletta in quanto infanzia, è poesia.
Non solo. Scrive Emile Zola: «Se un giorno avrò una figlia, la metterò in sella a una bicicletta già a dieci anni, perché impari subito come deve comportarsi nella vita». Il ciclo è Emacipazione, Febbre, Bestialità, Futurismo come recitano i titoletti all’inizio di ogni aforisma dell’agenda.
«La strada per Istanbul» di Emilio Rigatti, «Il mio Danubio» di Guillaume Prèbois, «Sotto i cieli del Tibet» di Giovanni Zilioli, ecco alcuni fra i tanti viaggi narrati da autori che partendo da Venezia o da alte città del mondo hanno pedalato verso remote destinazioni, accompagnando con la penna la rapida lentezza di raggi che girano non con l’ansia delle mete, ma sullo sfondo del paesaggio del mondo. Quasi in moto perpetuo.
Quattro amici sullo Stelvio, sfiancati, felici, le loro biciclette usate come capitello d’appoggio, lassù, dove volano le aquile, hanno l’illuminazione nel 1987. Aprire un angolo editoriale che tocchi tutti i tasti dell’intelligenza, dell’emozione, del sentimento in sella a una bici. «Ora et pedala. Cicloriflessioni di un curato di campagna» scritte da don Romano Frigo. «La Svizzera non è un trullo. Un esilerante viaggio in bicicletta dalla Puglia alla patria del cioccolato» di Antonio Nebbia sono avventure schioccate dalla frusta del vento di un sellino e di un manubrio. «Quel Giro d’Italia del Novecento» di Gianni Rossi: storia di una corsa immaginaria. La gara sulle strade dello Stivale disputata solo tra i campioni del secolo scorso. Stanotte tutti i ciclisti potrebbero sognarla.