Se a scuola si va a lezione di violenza

Marcello D’Orta

Le prime mazzate da studente (quelle di una lunga serie) le ricevetti nel lontano anno scolastico 1958-59. Frequentavo, allora, un istituto privato retto da suore, e la mia insegnante mi prendeva a pugni un giorno sì e un giorno no. Tra uppercut e ganci sinistri, si andò avanti per tre anni, ed è strano ch’io non presenti il classico naso dei pugili (a un certo punto dovetti credere che la campana scolastica non segnasse la fine delle lezioni, ma dei round). La violenza nelle scuole, è sempre esistita, e non ha risparmiato nessuno: professori, alunni, presidi, bidelli. Nella Roma di Giulio Cesare, era detto Plagosus il maestro elementare, e plagosus vuol dire «colui che picchia». Dal plagosus in poi, la storia della scuola è un lungo elenco di punizioni corporali (e psicologiche), alcune delle quali assai fantasiose. Nella prima metà dell’Ottocento, in una scuola di Casale (Piemonte) i maestri facevano genuflettere gli allievi turbolenti e li costringevano a disegnare a terra delle croci con la lingua. Grazie a libri come Nicholas Nickleby e David Copperfield, conosciamo i castighi in voga nelle scuole dell’Inghilterra vittoriana. Non si trattava di invenzioni romanzesche. Proprio in quel periodo, il direttore di una private school dello Yorkshire, tale Shaw, batté con uno scudiscio un allievo, quindi lo rinchiuse per un mese (!) nella lavanderia dell’istituto; per queste ed altre violenze fisiche, il bambino divenne cieco. L’istitutore fu processato ma se la cavò pagando una multa di trecento sterline. Altre punizioni in voga nel XIX secolo (e fino ai tempi nostri) erano obbligare lo scolaro a stare in ginocchio su ricci di castagna; fargli fare flessioni fino allo svenimento; porlo in un cesto pendente dal soffitto; chiuderlo nell’armadietto; pungerlo con una siringa; legargli le braccia per ore dietro la schiena eccetera.
Non sempre, però, gli allievi facevano scena muta, o porgevano l’altra guancia. Nei regolamenti dell’università, in periodo medioevale, c’era il «divieto di accoltellare gli esaminatori» che ponevano domande difficili, il che la dice lungo sul rapporto alunni-professori. Di pestaggi a docenti, presidi, direttori didattici, è piena la cronaca nera dei giorni nostri, e qualche volta ci scappa anche il morto: in Francia, dal 1983, si contano dieci insegnanti assassinati, e negli Stati Uniti s'è addirittura perso il conto. Botte da orbi anche tra studenti, spesso a causa del cosiddetto bullo. È di qualche settimana fa la notizia di un ragazzo di sedici anni, frequentante un liceo londinese, che per pausa di essere ucciso, ha deciso di andare a scuola con un giubbetto antiproiettile (acquistato dai suoi genitori); negli Stati Uniti, è «normale» andare a scuola armati di rivoltella, sia da parte degli studenti che degli insegnanti. In un rione periferico di Napoli, gli alunni hanno disertato alcuni plessi scolastici tenuti in scacco dai bulli. In altre scuole, la polizia privata vigila sull’entrata e sull’uscita di studenti e professori.
Ma ora c'è una novità, e viene dalla Germania. A Berlino, nel quartiere di Neukoelin, una scuola è tenuta in «ostaggio» dagli extracomunitari. Gli studenti (ma possono ancora chiamarsi così bande di teppisti criminali?), quasi tutti immigrati, armati di pistole e coltelli, picchiano gli insegnanti, sfasciano sedie, banchi e altre suppellettili, si scambiano con i cellulari immagini di tortura o di pornografia, minacciano di morte chiunque tenti di fermarli. Il fatto nuovo è che gli scontri più violenti avvengono tra studenti di diversa provenienza geografica: in particolare, arabi e turchi si affrontano con mazze e coltelli, e chi si intromette ha spesso la peggio. La preside dell’istituto, terrorizzata, ha chiesto alle autorità di chiudere immediatamente la scuola, ma il ministro dell'Istruzione ha rifiutato. Perché? Perché oggi «la parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti»: integrazione. Per favorire la quale, l’Europa sembra disposta a tutto, anche a riempire di professori gli ospedali!
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