«Se il sesso comincia con un sì non è stupro»

Toccherà alla corte d’Appello pronunciarsi definitivamente

Andrea Acquarone

C’è un filo sottile, spesso invisibile, talvolta impalpabile. Separa l’amore, la passione, l’ossessione. Dove comincia, dove finisce? E il sesso, cosa può diventare: violenza, dolcezza o forse entrambe le cose? Giudicare i sentimenti, gli attimi, i limiti. Difficile per chi li vive, figurarsi per un’asettica aula di tribunale costretta a sfruculiare le pieghe della vita tra le norme di un Codice. Ma tocca proprio alla corte di Cassazione decidere se una passione è violenza. E gli ermellini così hanno risposto: «Non sempre è stupro un rapporto iniziato con l'assenso di entrambi i partner ma non interrotto su richiesta di uno dei due». Così ha stabilito la Suprema Corte annullando la condanna a 4 anni per un ventiseienne di Latina accusato di violenza aggravata e continuata nei confronti di una ragazzina non ancora diciottenne.
Cominciò tutto una sera, una di quelle in cui il tempo delle mele si consuma eccitato e frettoloso in un angolo buio e nascosto. Lei dice sì, è la prima volta. Ha sedici anni all’epoca, lui quattro di più. Ma qualcosa non funziona. Fa male, il dolore è forte, la paura ancor di più, lei chiede di smettere. Lui, invece, continua. Potrebbe essere soltanto una brutta esperienza, invece finisce in denuncia. Per la Corte di Cassazione, accogliendo la richiesta della difesa, non sussiste la violenza nel caso in cui il ragazzo «non abbia percepito il dissenso della partner». I giudici hanno accettato la tesi innocentista - che evidenziava come la giovane si sarebbe indotta a denunciare il fatto, «perché in perfetta buona fede riteneva di non avere voluto quel rapporto o di averlo desiderato in maniera diversa - sottolineando che i magistrati di primo grado avrebbero omesso di valutare se questo dissenso poteva essere stato percepito» dal compagno. In proposito, la Suprema Corte presieduta da Aldo Grassi sottolinea che i giudici, nel condannare il ragazzo, avrebbero dovuto «specificare come il racconto della ragazza, secondo il quale la stessa si sarebbe opposta decisamente nel momento in cui aveva iniziato a sentire forti dolori... si fosse realmente obiettato con dati di concretezza e non si fosse tradotto semplicemente in una mera riserva mentale». Particolare, importante per la Cassazione, «perché in questo caso l'imputato, che agiva nella certezza di avere un rapporto consentito, poteva non avere percepito quel disagio che la ragazza avrebbe successivamente manifestato».
Sarà ora la Corte d'appello di Roma, cui la Cassazione ha rinviato il caso, a vedere se il ragazzo effettivamente avesse percepito il rifiuto della fidanzatina perché «diversamente - scrivono gli ermellini - al di là dell'asserito presentimento di pensare che l'imputato volesse chiederle scusa per il fatto del giorno precedente, non ci si saprebbe dare una spiegazione persuasiva del fatto che, dopo quello che era successo il giorno precedente, la parte offesa si era nuovamente accompagnata con lo stesso imputato in macchina».
La Cassazione sottolinea che, al riguardo, nella sentenza di grado inferiore «non risulta se questo secondo incontro abbia avuto esiti di violenza».
Non è la prima volta che la Corte di Cassazione fa discutere. È del 1999 il «caso dei jeans». I magistrati stabilirono infatti che nel caso di una donna che indossa i jeans e viene violentata, non si può parlare di stupro (perché «dato di comune esperienza che questo tipo di pantaloni non si possono sfilare nemmeno in parte, senza la fattiva collaborazione di chi li porta»). A novembre questo orientamento venne ribaltato dal verdetto secondo il quale la testimonianza di una donna che asserisce di aver subito uno stupro non può essere messa in dubbio per il fatto che indossava i pantaloni e per esserseli sfilati.
E quest’anno gli ermellini hanno addirittura sentenziato che è meno grave lo stupro di una minorenne - anche se si tratta di una ragazzina di 14 anni - se ha già avuto rapporti sessuali.
Aspettiamo la prossima sentenza e il prossimo dibattito.