«Se si porta il tetto a 62 anni

RomaAllungare la vita lavorativa delle donne provoca un doppio risultato positivo: fa aumentare il tasso di occupazione femminile, e consente risparmi di spesa previdenziale per circa un miliardo l’anno fino al 2013, somma che arriva a due miliardi a partire dal 2015.
I conti li facciamo insieme con Giuliano Cazzola, parlamentare del Pdl e uno dei massimi esperti del nostro sistema previdenziale. È lui la memoria storica delle pensioni, e infatti ricorda che «le donne alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni sono andate in pensione di vecchiaia, senza proteste, fino al 1992, quando il governo Amato allineò il loro trattamento a quello delle lavoratrici private, il cui requisito era in graduale salita da 55 a 60 anni».
Innalzare l’età di pensione nel settore pubblico ha senso, «visto che le dipendenti pubbliche hanno in generale condizioni di lavoro compatibili con l’esigenza di conciliare l’attività lavorativa con le incombenze familiari. Tuttavia - aggiunge Cazzola - dobbiamo trovare una proposta per tutto il mondo del lavoro».
Il parlamentare del Pdl ha presentato di recente un progetto di legge che prevede, fra l’altro, un incremento graduale fino a 62 anni del limite d’età per le donne, nella prospettiva di un sistema di pensionamento unificato - uomini e donne - con la forbice fra i 62 e i 67 anni. «Questa proposta introducendo le stesse regole per i due generi, risolverebbe la questione posta dall’Alta corte. Quanto al riconoscimento delle specificità femminili - spiega Cazzola - sarebbe certamente più equo predisporre tutele durante la vita lavorativa piuttosto che restare in una logica di risarcimento a fine carriera». Il suo progetto propone, ad esempio, fino a due anni di contributi figurativi per la maternità.
Ma era proprio necessario il pungolo della Corte Ue per discutere di donne e pensioni? L’Italia ha spesso bisogno del «vincolo esterno» per le riforme, anche se gli esperti sono d’accordo sul fatto che lo «sconto» pensionistico non è altro che l’ultima discriminazione a sfavore delle donne. C’è poi un’altra questione, legata al mercato del lavoro. «L’aumento dell’età pensionabile delle donne - osserva il vicepresidente della commissione Lavoro della Camera - può garantire un livello più alto di occupazione. Se il requisito per le donne arrivasse a 62 anni a partire dal 2013, ci sarebbe un risparmio a regime di almeno un miliardo l’anno, da usare per rafforzare gli ammortizzatori sociali, e favorire l’impiego e la tutela sociale delle donne».
In Italia, ricorda il Rapporto Cnel 2007, l’occupazione femminile è una delle più basse d’Europa. Lo scorso anno, meno di una donna su due in età da lavoro risultava occupata (46,7% contro una media Ue del 58,3%). Pesano, su questo ritardo, un problema territoriale - al Sud il tasso di occupazione femminile è al 31,1% - e la scarsa presenza nel mondo del lavoro di donne in età fra i 55 e i 64 anni, anche a causa delle regole pensionistiche. Cazzola ricorda tuttavia che «a influire sulla minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro c’è la maternità: mentre fra i 24 e i 29 anni d’età, la differenza tra occupati maschi e femmine è bassa, nelle età successive si allarga (l’età media del parto è a 31,1 anni)». Nel 2006 ben una donna su nove ha lasciato il mondo del lavoro a seguito della maternità. In Italia, le lavoratrici senza figli sono occupate per il 66,7%, ma quando i figli arrivano la percentuale scende al 54,6%. Bisogna dunque aiutare le mamme a restare nel mondo del lavoro, ad esempio diffondendo il part time .
Ma torniamo alle pensioni. «Le donne occupate fra 55 e 64 anni - spiega ancora Cazzola - sono passate, dal 2001 al 2006, dal 16,2% al 21,9%. Questo dimostra che gli interventi legislativi sull’età pensionabile hanno favorito l’aumento dell’occupazione femminile». Quindi, conclude, «non è necessario portare automaticamente a 65 anni il requisito di età per la pensione delle donne; un minimo di 62 anni nell’ambito di una forbice 62-67 anni valida per tutti, uomini e donne, supererebbe le riserve europee».