«Se si torna alle urne vince Berlusconi»

Il capogruppo di Rifondazione: «Sulla missione abbiamo ottenuto il massimo, siamo responsabili»

Luca Telese

da Roma

Fino al voto alla Camera sulla missione in Afghanistan, e al gran rifiuto dei quattro «ribelli» di Rifondazione, la posizione di Romano Prodi era stata granitica: «No alla fiducia sul disegno di legge». Da ieri il paradosso vuole che a volere la fiducia sia in primo luogo Rifondazione. E il perché lo spiega il suo capogruppo a Palazzo Madama, Giovanni Russo Spena.
Onorevole Spena, il suo partito è in una situazione «Cambronne»?
«Ah, questa è la domanda?».
Schietta: entriamo nel vivo.
«Sì, io direi che siamo in una tornata storicamente difficile».
Pagate il fatto di essere orfani di Bertinotti?
«Fausto ha dato un’impronta a questo partito, è stupido negarlo. Ma stiamo costruendo una direzione collegiale intorno a Franco Giordano».
Voi costruite, la base è in rivolta, alla Camera perdete pezzi.
(Si piega, fruga nel cestino, estrae un mazzo di fogli) «Veramente siamo alluvionati di fax che ci dicono: “Non fate cadere il governo!”».
Alla Camera i dissidenti hanno votato no, e non è caduto.
«Non scherzi. Qui al Senato siamo sul filo, in Commissione andiamo sotto due volte al giorno. Se si va sotto sull’Afghanistan cade il governo, non c’è dubbio. I compagni lo sanno».
I dissidenti si contano sulla punta delle dita.
«Con due voti di margine ne bastano due. E i miei conti personali mi dicono che fra Rifondazione, Verdi e sinistra Ds sono sicuramente più di otto quelli che voterebbero contro il Ddl».
Quindi?
(si liscia i baffi, si alza, sospira) «Lo dico senza giri di parole: ci vuole la fiducia».
Perché?
«Perché se c’è in gioco l’Afghanistan il governo va sotto. Se c’è in gioco la sopravvivenza del governo, invece, si salva».
Perché Prodi non voleva questo voto di fiducia?
«Non ne ho idea. Vedo con piacere che sta cambiando parere. Siamo d’accordo con il sottosegretario Chiti, decideremo all’ultimo minuto: lunedì abbiamo un rendez vouz, ma è deciso».
Cosa conterà nella scelta?
«Le nostre valutazioni, per esempio. E io, che mi sento con i quattro del mio gruppo che sono in dubbio, lo dico fin d’ora: senza la fiducia non si passa».
Non è un paradosso che siate proprio voi a invocare la fiducia? È come dire: «Costringetemi a votare a favore».
«Infatti è quello che chiediamo. Sono tutte persone responsabili, tutti compagni che conosco da una vita: sanno che se si perde sulla fiducia si torna a votare e vince Berlusconi».
Chi l’avrebbe detto, un pacifista al cubo come lei, nei panni del moderato che media.
«Non ho complessi, e non mi sento scavalcato».
Be’, il diessino Villone sembra più intransigente di lei.
Voglio vedere! Ad esempio poi se me li ritrovo nei Cpt e nei campi Rom. Quando ci arrivano, forse accadrà. Ma ce ne vuole...».
È stato lei a mediare sul Ddl: non ha nessun rimpianto?
«Era intrattabile. Abbiamo ottenuto il massimo: il comitato di monitoraggio. E abbiamo detto no ai caccia, e a qualsiasi rinforzo. Lo scriva».
Però Parisi e D’Alema vi hanno piazzato il raddoppio della spesa per Enduring freedom.
«Era impossibile evitarlo, dato il comando di turno italiano della missione».
Ma era possibile evitare il comando di turno, forse?
«No, era un impegno internazionale già preso, e Rifondazione è una forza responsabile».
E intanto sono cambiate le regole di ingaggio, e adesso gli italiani possono sparare.
«Però abbiamo ottenuto che non vadano in zona di guerra. E quindi non spareranno. Abbiamo cambiato la politica estera italiana. Mica acqua fresca».
E se la guerra si intensifica?
«Fra 6 mesi le cose non vanno come diciamo? Il 31 dicembre si rivota sulla missione. Quindi...».