Se la sinistra depone il martello di «Contessa»

Arturo Gismondi

Si avverte nella sinistra italiana la necessità di un’opera revisionistica capace di aggiornare una cultura che non è poi così vecchia, ma che dà l’impressione di risalire a secoli addietro, quelli dell’anarchismo di Bakunin in perpetua lotta per l’egemonia, in terra di Romagna, col socialismo dei Prampolini, e dei Mussolini. Negli anni ’70, più o meno ieri, si cantava fra i borghesi travestiti da proletari, una canzone dal titolo Contessa, di Paolo Pietrangeli, popolata di borghesi cattivissimi e di proletari che di necessità dovevano esserlo almeno altrettanto.
È accaduto qualche giorno fa che un gruppo musicale denominato Modena City Ramblers, invitato al concerto del 1° maggio a Roma, ha pensato di riesumare Contessa ma di renderla più presentabile, censurandola di talune crudezze che oggi si preferisce dimenticare. Si tratta di opera saggia in una canzone che ai primi versi si rivolge ai «Compagni dei campi e delle officine...», e lo fa nella terra di Unipol e Consorte, e in un Paese nel quale la sinistra è nei cuori dei Della Valle e dei Bazoli, e un po’ anche dei Montezemolo. In simili frangenti, anche quell’accenno ai campi e alle officine, e ai compagni che le popolano chiamati a insorgere, può ingenerare pensieri e confronti maligni.
Postisi all’opera, i Modena City Ramblers hanno trovato sconveniente l’uso, contenuto nel testo di Pietrangeli, del martello, simbolo con la falce del proletariato, come corpo contundente nei versi: «Scendete giù in piazza e picchiate con quello...», e lo hanno tradotto in un più rassicurante: «Scendete giù in piazza per manifestare». Ancor più drastica l’opera sui versi «se questo è il prezzo vogliamo la guerra, vogliamo vedervi finir sottoterra...», così corretto: «Ma se questo è il prezzo siam pronti a gridare che questo sistema vogliamo cambiare».
L’operazione censoria è sfuggita al popolo di Piazza San Giovanni ma non poteva sfuggire all’autore Paolo Pietrangeli il quale ha protestato, come è giusto. Ha detto, il Pietrangeli: «La nuova versione non mi è piaciuta, alcuni versi sono proprio brutti». E qui, lo si noterà, l’autore ha la mano leggera, più che il diritto di manomettere l’opera discute i risultati. Aggiunge, però: «E poi della mia canzone, se fai una edulcorazione, se l’annacqui così non rimane niente...».
Come a dire, se in quest’opera poetica che io ho composto per la lotta dei lavoratori dei campi e delle officine tu togli quel martello che non è solo un ornamento da esibire nella bandiera rossa con quello, più sinistro, della falce, e se poi alla borghesia che ti opprime tu togli la minaccia della guerra, che evoca quella di finire sotto terra, beh il tutto risulta edulcorato, e anzi non ci resta più niente. Qui la critica è più severa, e mette in ballo cose grosse. Perché, dice Pietrangeli, togliere al nostro pensiero rivoluzionario quello che ha rallegrato le nostre serate e i salotti, e animato i nostri cortei, le immagini, le lotte, le intenzioni, che ci resta?
Eh già, che ci resta? Non che i versi originali fossero gran che, provate a rileggerli. E però la versione dei Modena City Ramblers oltreché brutta è noiosa, plumbea, un inno al conformismo. Si interroga il Pietrangeli: è tutta qui la sinistra d’oggi? E in fondo, posto che le serate di Contessa erano tristissime, e sinistre, anche lui, l’autore, qualche ragione ce l’ha.
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