Se la sinistra snob si occupa di gossip e poi se ne scorda

Caro Granzotto, leggo con scarsissimo interesse di un’iniziativa tesa a denunciare l’oltraggio reso al corpo delle donne dal satrapo Silvio Berlusconi. Tale iniziativa, se non erro, dovrebbe chiamarsi «Documento per la dignità delle donne» e pare sia già stato sottoscritto da 100.000 sostenitrici. Nòtin niù ander de scài, come si dice adesso in ambienti progressisti. Effettivamente, nell’arte di inscenare «battaglie di civiltà» sulle stronzate, i P.C.-rilli sono insuperabili. Orbene, al leggere tale notizia ho avuto un lampo di memoria. Alcuni anni fa il Borghese, diretto da Vittorio Feltri, pubblicava la rubrica «Perline» che riferiva, appunto, le più grosse scemenze dette o scritte da personaggi pubblici. Una di queste «perline» riprendeva alcuni passaggi di un articolo di Barbara Palombelli su Anna Finocchiaro. La Palombelli, oltre a magnificare le qualità politiche della Finocchiaro, si soffermava a decantarne, ammirata, il seno consistente e sodo, le morbide curve del collo e delle spalle, i delicati pizzi del reggiseno ed altre seducenti delizie. Non so se sarà facile reperire detta «perlina» ma credo che lei, caro Granzotto, vi troverebbe del materiale con cui farci divertire.

Figuriamoci, caro Antonini. L’autore delle «Perline», migrate poi al Giornale e a Panorama, è il grande Enzino Meucci da Bérghem, l’uomo che vive sotto una coltre di lettere e fax. Anche di e-mail, che non fidandosi troppo della tenuta e stabilità informatica, stampa su carta una via l’altra. Entri nel suo ufficio e non lo vedi. Lo chiami e lui, sorridente e sereno come sempre (quando con la mosca al naso spara una raffica di «pota», esclamazione che appartiene alla tosta cultura bergamasca e che qui non è d’uopo tradurre), fuoriesce dal massiccio orobico rappresentato dalle vostre, vostre di voi lettori, missive. Ma Le dirò di più: oltre alle «Perline» di Enzino Meucci c’è il mio Calepino, sorta di enciclopedica miscellanea sempre aggiornata e che comprende anche un florilegio degli scritti giornalistici meritevoli di memoria. Ovviamente non manca quello al quale lei fa riferimento, pubblicato sulla Repubblica nell’agosto 1997. Vado? «La guardo bene (Anna Finocchiaro, ndr), forse per la prima volta, nelle due ore del nostro colloquio. C’era un tempo in cui le ministre (o le donne-ministro? Lei vuole essere chiamata signora ministro, non ministra... per fortuna) erano infagottate in certi tailleur grigi tagliati con la scure, esibivano pettinature standard, lasciavano correre sul baffetto e sul peletto... Lei no. Lei è decisamente bella, di una bellezza italica provocatoria e appariscente (ricordo perfettamente il suo arrivo a Montecitorio, dieci anni fa, eletta nelle liste del Pci come indipendente: Giacomo Mancini, seduto su un divano rosso, le definì “una grande bellezza siciliana, una donna che potrebbe essere la protagonista di un romanzo di Brancati”). Rossetto color fuoco sulla bocca grande e disegnata, cipria bianchissima sul viso, rimmel sulle lunghe ciglia, riga nera sull’occhio blu con riflessi verde-oro esaltato dagli occhiali, capello corvino riccio e lungo sulle spalle... La signora ministro indossa una camicia di seta che si appoggia sul seno florido, di quelle che lasciano intravedere i segni del reggiseno...». E più avanti: «Ride, accende una sigaretta, manda indietro i capelli, si accoccola sul divano piegando le gambe e raccogliendole... ha dei sandali a rete col tacco molto speciali». Wow! Sembra il ritratto di una candidata a posare per un calendario sexy! Però badi, caro Antonini: la Palombelli mi sta cuore e altrettanto dicasi del consorte Francesco Rutelli. Sono due simpatici squinternati che non se la tirano, come s’usa dire, prendendo la vita con leggerezza. La velinizzazione, quasi la escortizzazione della Finocchiaro, eterna candidata a tutto che però rimane sempre inchiodata al palo, deve dunque considerarsi un’estemporanea fesseria. Peccato veniale.