Se le star di Avetrana rinnegano le telecamere

Dopo essere diventate personaggi mediatici, Cosima e Sabrina pretendono riservatezza. Ma è troppo tardi

In questo modo e con queste decisioni non si prenderebbero in giro i telespettatori che hanno seguito il programma? Qualcosa del genere sta accadendo con il grande caso giudiziario italiano, grande perché mai si era vista una vicenda processuale costruita mediaticamente. Un delitto, presunti colpevoli, innocenti che si proclamano colpevoli, testimoni, comparse... tutto sembra stato pensato per una rappresentazione mediatica. Adesso le due principali protagoniste Sabrina a Cosima, vogliono che durante il processo non ci siano le telecamere nell’aula di tribunale. La riservatezza è una bella virtù, e vivere con buon gusto e discrezione è conseguenza dell’educazione e della cultura. Poi ci può anche essere chi consapevolmente sceglie un’altra strada perché gli conviene, per esempio, dal punto di vista professionale.

Ma, appunto, consapevolmente, cioè mettendo sulla bilancia riservatezza e sua trasgressione. Nella tragica giostra di Avetrana i personaggi entravano e uscivano dalla scena mediatica indossando prima un vestito poi un altro, prima truccando il viso in un modo, poi in un altro. Sotto i riflettori delle telecamere dicevano la loro verità: recitavano, rappresentavano la loro commedia, inveendo e lanciando pietre contro le telecamere - specialità scenica di Cosima -, mimando i gesti con cui era stato occultato il cadavere o come era stata ammazzata la povera ragazza - artista è lo zio Michele -, piangendo lacrime amare per la scomparsa dell’adorata cuginetta - recita da teatrino di avanspettacolo di Sabrina. Ma adesso basta, i commedianti sono stanchi, non vogliono quella televisione che li ha resi celebri. In questa volontà non c’è desiderio di riservatezza, che sarebbe legittimo e auspicabile in simili circostanze: c’è tracotanza. Sembrano dire gli accusati di Avetrana: abbiamo deciso noi come, dove e quando parlare in televisione e ora non vogliamo più la televisione. E, in sostanza, hanno ottenuto ciò che volevano.Il giudice ha ammesso la presenza delle telecamere nell’aula di tribunale, ma le immagini verranno trasmesse parzialmente solo dopo la sentenza.

In una situazione normale, anche questa forma di riservatezza è apprezzabile: non mi sembra però che questo processo abbia avuto nei precedenti comportamenti degli imputati nulla di normale. Un caso giudiziario mediatico, come mai prima c’era stato. Cosa comporta la decisione del tribunale, che accoglie la volontà degli imputati di chiudere a loro piacimento il rubinetto mediatico? Una giustizia che non si celebra in nome del popolo italiano, quel popolo che vorrebbe sapere la verità dopo aver conosciuto falsità, imbrogli, sotterfugi della famiglia Misseri, perché proprio la famiglia ha voluto essere protagonista di comunicazioni false, di imbrogli, di sotterfugi utilizzando televisione e giornali. Televisioni e giornali che avevano il dovere di trasmettere e trascrivere quelle comunicazioni e di non censurarle.

Il popolo italiano si è fatto coinvolgere dalla tragedia di Avetrana, ed era inevitabile che fosse così, era normale che si facesse un’opinione sulla vicenda, che si schierasse sulla base di ciò che vedeva ascoltava, leggeva. Il tribunale accerterà le responsabilità, ascoltando imputati e testimoni: dopo tante dichiarazioni false e imbrogli adesso è l’ora della verità. Noi non sapremo niente, non vedremo Cosima e Sabrina parlare sotto giuramento e non sotto le luci della televisione. Verremo a conoscere la sentenza, pronunciata con un linguaggio burocratico ai più incomprensibile per ciò che riguarda il merito dei capi d’accusa.

Il popolo italiano avrebbe voluto che, con coerenza, tutto finisse come era incominciato: dalle parole davanti al cronista televisivo alle parole sotto giuramento davanti al giudice con la televisione che questa volta avrebbe raccontato ciò che davvero era accaduto.