Se lo Stato aiuta il mercato

Il 25 ottobre di Veltroni era stato pensato come un 25 aprile, lo ha scritto Antonio Polito. Ed infatti c’era tutto: il populismo, il razzismo, il cripto fascismo, la negazione dell’opposizione in piglio padronale. Berlusconi è dipinto da Veltroni come un Mussolini in do minore. Ma non sarà così. Il 25 ottobre anche i manifestanti del Pd penseranno al loro conto in banca e a quello che ne segue. Sanno che Berlusconi ha garantito i depositi delle banche come la Merkel. Non saranno preoccupati del volto del tiranno, ma del suo realismo e della sua efficienza, del suo ruolo di governo. Il piglio decisionista è proprio quello che ci vuole, quando le banche entrano in una crisi così ampia e preparano la prospettiva della recessione a un Paese che è già a crescita zero. Non è facile credere che il governo Prodi-Bertinotti avrebbe avuto la capacità di fare altrettanto. Se c’era una cosa che mancava al governo Prodi era l’autorità che decide, proprio ciò che Veltroni rimprovera a Berlusconi. Ma oggi i suoi elettori approvano un Berlusconi come decisore effettivo. Anche i sindacati di ogni obbedienza ci penseranno prima di decidere scioperi che non avrebbero risultati in questa crisi.
Essa è grave anche politicamente, perché l’America è il centro del mondo e dalla sua economia dipende la prosperità di tutti. Questa non è la crisi del capitalismo perché il capitalismo è oggi la forma dell’economia mondiale anche nei Paesi che non sono democratici. La tecnica e l’economia dell’Occidente hanno unificato il mondo e del socialismo e del comunismo non vi è più memoria. In Cina il comunismo è la base politica del capitalismo, un paradossale risultato. La crisi americana mostra che il capitalismo non è senza errori e senza colpe, ma che ha la capacità di correggersi anche mettendosi in crisi come è accaduto oggi. È emerso come salvatore il potere che detiene la sovranità, l’istituto che permise la nascita del mercato: lo Stato nazionale. È accaduto in America dove è avvenuto l’imprevedibile: il presidente repubblicano che chiedeva allo Stato di assumere i mutui delle banche fallite. È accaduto anche in Europa dove Sarkozy ha convocato quattro Stati e le autorità europee in modo assolutamente informale.
Ciò non toglie che il profilo degli Stati Uniti e la sua credibilità come punto di riferimento economico siano messi in discussione. Non solo il mondo non è più unipolare sul piano militare, ma non lo è più nemmeno sul piano economico e finanziario. Ma gli Stati Uniti rimangono ancora l’ultimo decisore, anche se a caro prezzo. E con l’obbligo di rivedere la propria legge bancaria e di stabilire nuovi controlli sulla gestione delle banche. Un po’ più di Stato sembra necessario quando c’è un po’ meno di mercato.
Il nostro ministro dell’Economia che ha previsto la paura e la speranza si trova oggi di fronte l’una e l’altra. Giulio Tremonti ha indovinato il suo tempo dando al Paese un contributo intellettuale molto migliore del federalismo fiscale della bozza Calderoli. Berlusconi è volato dalla Merkel per proporre il fondo europeo con il 3% del pil e accordarsi sulle deroghe al patto di stabilità che la Germania ha sempre difeso con assoluto rigore. Occorre che l’Europa ridia agli Stati quella libertà e quella autorità che con le sue regole draconiane aveva interrotto. Lo Stato non è la soluzione: ma non è nemmeno il problema come diceva Reagan, è la condizione per ristabilire il mercato.
Chissà se ci sarà una nuova conferenza di Bretton Woods che Tremonti auspica e a cui Sarkozy si è associato. Allora l’economia era tutta occidentale, oggi il capitalismo occidentale è mondiale con diverse storie, culture e identità e con diversi interessi. Per questo il 25 ottobre non sarà il 25 aprile e si ammoscerà nelle divisioni del Pd che ora sono duramente aperte.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it