Se lo stress da divorzio fa ammalare le donne:l'ultima vittima è la Moore

L’attrice ricoverata per esaurimento dopo la rottura col marito diventa il simbolo di un male sempre più comune: la fine dell’amore

L’hanno ricoverata in un ospedale di Los Angeles, non si sa se di notte, d’urgenza, e intossicata da droghe e barbiturici o se invece la mattina, con la calma lucida dello sconforto e il sangue pulito. Poco importa, visto come stava. Magra che sembrava succhiata dalle streghe, pallida dalla fronte alle caviglie e, peggio, convinta di «non essere degna di venire amata». Ci sono già un sacco di gossip sul crollo di Demi Moore, 49 anni, uno strano dolore proprio sotto l’anima e un ex toy-marito, Ashton Kutcher, che ha deciso che «per sempre» era molto più di quanto avesse bisogno. «Esaurimento da stress». Stress da divorzio è «l’ufficialità» di cui l’agente dell’attrice, Carrie Gordon, ha voluto ammantare la faccenda. Deve riprendersi, Demi, e trovare sollievo da quell’equivoco in cui si era trasformata la sua vita. Ha rinunciato al ruolo della femminista Gloria Steinem che avrebbe dovuto interpretare nel prossimo film di Rob Epstein e si è consegnata nelle mani di chi potrà curarla meglio di quanto abbia fatto un amore sbagliato.
Tredici anni di matrimonio con Bruce Willis, tre figlie, una fine composta, rapporti più che civili. E poi il disastro per la rottura dell’unione (durata sei anni e un numero imprecisato di tradimenti) con questo adolescentone irrisolto e troppo alto per qualsiasi cosa. Che lei ha perdonato fino all’ultimo inganno con una tipa di Los Angeles che è andata a raccontare a mezzo mondo di aver avuto un flirt con l’attore. E allora Demi ha detto basta, anche se non ha ancora l’età delle tregue. Sembravano male assortiti fin dall’inizio. Lui con quello sguardo sempre altrove, quei baci senza mira che non hanno mai contenuto l’esattezza coniugale, lei perennemente appesa al suo braccio, e in affannosa fuga dagli anni. Lui incapace di mantenere una promessa, lei incapace di mantenere una minaccia. Lei che voleva «noi», lui che non ha ancora capito cosa volere e nel frattempo si prende tutto. Lui che se n’è andato (ma dove vanno quelli che se ne vanno?) lei che è rimasta senza più esserci. Diventa così la vita, quando un amore finisce. Specie se è il secondo amore a finire. L’altra chance che ti eri data. Un minuto e non hai più niente.
«Casa», ormai, è dove ti aspetta il tuo medico di base. E a te non resta che imbottirti di vitamina B e fare molte passeggiate sulla spiaggia. Non prendere decisioni più importanti di cosa si mangerà per pranzo, stare il più possibile al sole. In altre parole, trattare la vita come il jet lag. Con gli psicologi che ti vengono a spiegare di dover «elaborare il lutto», di sceglierti pure una tomba di pietre e cemento, se occorre. E di portare fiori e di versare lacrime e di mettertela via. È andata male. È finita. Uno studio americano spiega che il divorzio, assieme alla perdita del lavoro, o al trasloco, è una delle principali ragioni d’infarto. Perché evidentemente il cuore non si spezza, però si rompe. E allora anche i giorni vuoti, trascinati male, ti sembrano un sogno rispetto alla vita accidentata che devi masticarti da sola. Di nuovo. E ancora più di ciò che hai lasciato andare, ti fa male quello che temi di non poter più avere. Di non riuscire a trovare quella potenza da trattore che ci vuole per costruire un’altra storia d’amore. È successo all’algida Nicole Kidman dopo la fine del suo matrimonio con Tom Cruise, è accaduto a Sandra Bullock che per il tradimento di Jesse James aveva addirittura pensato di smettere di recitare e invece ha vinto un Oscar ed è andata a ritirarselo con le mani che tremavano e le lacrime che le spingevano contro il rimmel. Ed è successo anche a Jennifer Aniston per colpa di Angelina Jolie, che le ha rubato il marito e l’ha riempito di figli. E la Callas perse addirittura la voce quando Aristotele Onassis si fece rapire da un altro profumo e da un altro abbraccio. «Elabori il lutto, signora». Ma hai voglia a elaborare mentre l’altro non è morto, è peggio: è altrove. Vivo, vegeto e magari di qualcun’altra. Chi ti abbandona fa qualcosa di peggio del lasciarti sola, ti fa credere di essere qualcosa da abbandonare.