Se una telecamera val bene l’Europa

Non ho visto il passaggio di Santoro nella trasmissione di Celentano. Ma ne ho sentito l'insopportabile peso morale per la troppo esplicita coincidenza fra le sue dimissioni dal Parlamento Europeo e la presenza come semplice ospite in un programma molto annunciato e di oceanico ascolto. C'e dunque più politica in qualche minuto di apparizione su Raiuno a fianco di un famoso cantante, che in un anno e mezzo di attività parlamentare in Europa. È probabile che sia vero, e l'esordio di Santoro che traggo dai giornali lo conferma: «Adriano, io sono venuto qui per dirti due grazie, uno per affermare un principio sacro, la libertà di espressione; poi perché hai ricordato la vicenda di Biagi considerato il più autorevole dei giornalisti».
Sulla seconda parte della dichiarazione si possono esprimere riserve, se si pensa a Zavoli, a Ronchey, a Minoli, a Ceronetti non meno autorevoli, e spesso più acuti di Biagi.
Quanto alla prima, tornando in televisione Santoro sembra accettare lo schema, veramente repressivo e limitativo della libertà di espressione, che è quello che preclude la presenza ai parlamentari essenzialmente, prima che ai politici, nelle trasmissioni televisive, cosiddette di intrattenimento, proprio nel giorno in cui il presidente del Consiglio indica la forza di persuasione verso i cittadini più semplici, di trasmissioni come Unomattina.
Ancor più grave (benché valga per lui, per me, e in passato per Augias e per pochi altri) è che chi ha lavorato in televisione professionalmente non possa più farlo, neppure per le reti private, quando diventa deputato.
Evidentemente rassegnato, Santoro ha accettato il diktat, e fatto la sua scelta rinunciando alla politica, perché si fa più politica in televisione, non essendo deputati, che in Parlamento.
Né, d'altra parte, si potrà negare che Santoro e Biagi, soprattutto, e anche molti altri, abbiano fatto attività politica in modo esplicito in televisione. Siamo dunque di fronte a un'evidente ipocrisia oltre che delle persone anche delle norme. E Santoro ci ha dato, con il suo gesto, in cambio di un solo spot televisivo, una chiara dimostrazione della svalutazione del Parlamento, inteso come luogo marginale, quasi un ghetto in cui non potersi né esprimere né testimoniare la propria posizione politica. Con la sua scelta, Santoro sembra affermare di essere stato congelato per un anno e mezzo nel luogo della democrazia per eccellenza. E non per colpa di Berlusconi ma anche, forse, per un suo disagio, per una sua incapacità di muoversi nel luogo naturale della democrazia. Implicitamente ha confermato che, non per il giornalismo di informazione ma per le sue idee, la televisione è il vero Parlamento. Meglio essere Santoro alla Rai che un qualunque parlamentare in Europa. E allora, perché accettare l'incompatibilità tra i due ruoli e non tentare di restituire la dignità al Parlamento? E conseguentemente alla politica? Altrimenti si può procedere alle dimissioni collettive e alla chiusura delle due Camere (oltre che del Parlamento Europeo) e rifondarle a Porta a Porta, Il Rosso e il Nero, Ballarò e altre «minori» telecamere. Il disprezzo per la politica istituzionale, nelle dimissioni di Santoro, è un segnale triste e terribile.