Se ti difendi ti arrestano. Se non lo fai rischi di morire

Ci si dice che tutto s'aggiusta col dialogo e col confronto. Ci si dice che reagire alla violenza significa tornare al Far West. Belle, nobili parole. I fatti sono invece questi: dialogo e confronto vanno bene (forse) al tè delle cinque della zia Ernestina, in quanto al Far West, magari. Perché chi reagisce fisicamente alla violenza finisce in galera. Chi poi non reagisce con modi appropriati, finisce al camposanto. Se gli va bene, in sala di rianimazione.

Così vanno, purtroppo, le cose: lo testimoniano Antonio Catelli, l'uomo che per evitare che il figlio e la nipotina fossero massacrati, mas-sa-cra-ti, a colpi di spranga ha estratto l'arma (regolarmente denunciata) uccidendo il più belluino dei molti aggressori. E Diego Scarabelli, il veronese che trovandosi inerme è stato facilmente sopraffatto da tre belve romene. Il primo è finito in carcere e, solo da ieri, agli arresti domiciliari. Il secondo è finito in coma. La legittima difesa è gesto che il nostro ordinamento ritiene lecito, consentito, e ci mancherebbe altro. Essa è causa di giustificazione - articolo 52 del codice penale - anche se la parte offesa reagisce con «un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o altrui incolumità». Ma poi seguono sette parole che, nella pratica, invalidano le precedenti: «Sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa».

Ciò che ha dato modo, un modo fino a oggi seguito pedissequamente, di svilire la causa di giustificazione con l'ausilio di un semplice sostantivo: eccesso. Per dire, il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, concordò col magistrato che aveva incriminato Antonio Catelli per «eccesso di legittima difesa» adducendo che prima di sparare il malaugurato avrebbe dovuto chiamare la polizia «che forse avrebbero potuto evitare lo spargimento di sangue». Chiamare come? A gran voce? Chiedendo alla decina di teppisti di soprassedere al pestaggio un momento, il tempo necessario per telefonare al 113? Reso inefficace l'articolo 52 con la pratica di ritenere sempre e comunque eccessiva - e quindi colpevole - la legittima difesa, resta da rispondere a una domanda.

La violenza, il crimine si diffonde sempre più. A quello indigeno s'è disgraziatamente aggiunto quello extracomunitario o comunque migrante, ciò che ha determinato il raddoppio degli episodi criminosi. E di conseguenza in pari percentuale il rischio del cittadino di trovarsene suo malgrado coinvolto. Per efficienti che siano, le forze dell'ordine non possono presidiare ogni metro quadrato della nazione. Con le canaglie gli inviti al dialogo e al confronto multiculturale lasciano, va da sé, il tempo che trovano. Allora, che fare? Nessuno vuole tornare al Far West, anche perché qui non si tratta di farsi giustizia da sé, questo mai: a farci giustizia ci pensano i Tribunali con le loro fulminee sentenze. Si tratta, piuttosto, di difendere, quando i tutori dell'ordine non hanno la possibilità materiale di intervenire in tempo, i propri beni, la vita medesima. Vale così poco, la vita, da non meritare un po' più di realismo e un po' meno di melensa ipocrisia buonista nel giudicare la legittima difesa? Basterebbe ricordarsi, almeno questo, che in linea di principio essa è un diritto, non un crimine.