Se il «Transylvania» fa riemergere il sogno di un forziere pieno d’oro

(...) A volte le reti portavano a galla frammenti di metallo coperti di coralli. «Allora è questo il punto dov’è affondato il Transylvania, 94 anni fa!». Storia vera ormai consegnata all’oblìo, datata 4 maggio 1917, alle 10 e tre quarti del mattino. Una tragedia del mare e della guerra, la tragedia più drammatica di tutti i tempi nel Mar Ligure: il piroscafo, 14mila tonnellate, già nave passeggeri di lusso trasformato in unità militare, viene da Marsiglia dove ha imbarcato 3500 soldati della Marina britannica e 64 infermiere, diretti in Palestina. Appena il tempo di arrivare davanti alle coste liguri, e un sommergibile tedesco gli lancia contro prima uno, poi un altro siluro. È la fine: il «Transylvania» cola a picco, mentre una nave appoggio giapponese si prodiga per recuperare i naufraghi. Ma più ancora si danno da fare, senza distinguere fra amici e nemici, gli abitanti di quella fascia di Liguria, in particolare i pescatori che mettono in mare i gozzi e si lanciano verso lo scafo in agonia. Metteranno in salvo oltre 3mila persone, poi accolte in case, scuole, caserme e nel teatro Chiabrera di Savona. Le vittime, nonostante gli sforzi ininterrotti dei soccorritori, sono 407, di cui 96 sepolte nel cimitero di Zinola.
Da allora, altre battaglie, altre tragedie, pace e ancora guerra, in un’alternanza di lutti e speranze. Il «Transylvania» resta bene impresso nella memoria di chi ha vissuto la tragedia e ne ha tramandato il racconto alle generazioni successive. Ecco perché il vecchio sacerdote, ecco la Croce su Punta Predani, la storia che si colora di leggenda. Anche perché il relitto non si trova, è sepolto negli abissi di fondali frastagliati e misteriosi. Se ne ricordano, però, ai nostri giorni i Carabinieri subacquei al comando del Tenente Colonnello Francesco Schilardi. E non si rassegna ad arrendersi l’Appuntato Fabio Taveroli che dai pescatori ha sentito racconti di «ami persi in profondità sempre nella stessa zona», e di «ampi molinelli a poche miglia dall’isola». La prospettiva di riprendere le ricerche contagia il maresciallo Lenzini, Franco De Acetis, che mette a disposizione la barca, Pier Bortoletto, Luca Battaglieri e Maria Antonietta Sobrio, figlia di quel Giovanni che riesce a fornire dettagli decisivi, ma chiude gli occhi per sempre prima di vedere la scoperta. Intanto i carabinieri ricostruiscono il «punto nave» dell’affondamento, ma non basta: hanno a disposizione un robot, Pluto, che non può spingersi oltre i 300 metri di profondità. Allora si rivolgono all’ingegner Guido Gay, fondatore della ditta comasca «Gaymarine» specializzata in costruzione di strumenti tecnologici avanzati, come il Pluto, per il lavoro subacqueo. È la primavera dello scorso anno: Gay è in giro per il mondo, a bordo del suo catamarano Daedalus. «Ingegnere, ci dà una mano?». Il resto è una sequenza da film: Gay si rende conto di dover andare «ancora più giù», progetta il «Plutopalla», capace di spingersi a mille e più metri sotto. Poi prova con il sonar, si fa costruire un magnetometro a protoni, diavolo di uno scienziato! Ma soprattutto, l’ingegnere si appassiona. Va sul posto, cala lo strumento tanto sofisticato e, dopo alcuni tentativi a vuoto, scopre l’arcano: il Transylvania si è diviso in due, e giace a meno 630 metri! Plutopalla fa il suo dovere, l’occhio della telecamera vede i particolari. Non c’è dubbio: «Il relitto è quello che cercavamo». Si vedono nitidamente le concrezioni sull’ancora, sul ponte di coperta, sulla «falchetta». Alcune sono di rarissimo corallo bianco, un tesoro scientifico. Ma ci potrebbe essere anche un forziere in sterline d’oro, la paga dei soldati... Un giorno o l’altro, magari, si troverà, ma intanto è già riemerso il vero tesoro: il ricordo dell’intrepida solidarietà e il doveroso l’omaggio alle vittime e a chi si è tanto prodigato per i soccorsi. Basta e avanza questo a chi ha scandagliato il fondo per far vivere un sogno.