Se la tristezza sublima in poesia

Sara Ciampi, genovese, scrive poesie con il riconoscimento d'importanti premi. Recentissimo uno alla carriera, istituito proprio per Lei, per l'ammirazione del sindaco Vincenzo d'Ambrosio e della Giunta di Casamicciola Terme, comune in provincia di Ischia. Molti anche all'Estero dove le sue poesie sono tradotte e per nominarne alcuni italiani: nel 2003 il Presidente della Repubblica le ha conferito la «Medaglia d'Argento per alti meriti», nel 2004 le è assegnato un Master in Letteratura e Filosofia, nel 2005 ha ricevuto un'onoreficenza dalla Citta del Vaticano e una dal Ministero dei Beni Culturali. Più volte è stata candidata al Premio Nobel per la Letteratura e inclusa nella «Rosa - Nobel».
Quest'anno presso il raffinato editore Carello di Catanzaro è uscito il suo Canti di Mestizia-Chants de Tristesse: 20 liriche con a fronte la traduzione francese di Anna Rita Bianconi, un libro che sta percorrendo Europa, Canada, Africa e Polinesia. In copertina la sognante riproduzione di Notturno veneziano, un dipinto di Maria Colacino e, in quarta, una foto dell'autrice. Capelli cortissimi, non ci sorride, ma con sguardo caldo, leale da dietro gli occhiali c'invita con Lei tra i suoi versi.
Le liriche rivelano una caratteristica comune: si aprono tutte con un flash sull'incanto della natura o la festa di noi uomini, in particolare dei bambini, ma - sempre! - se i bimbi ridono su una giostra, Sara vi si contrappone con la sua «mesta corsa / sulla giostra dell'esistenza», se c'è chi adulto brinda la notte di San Silvestro, Sara dice di sé: «io stanca e malata / osservo tutto dalla finestra», pensando alla «giovinezza mai vissuta». L'autrice è stata segnata da sfibranti malattie, perciò le sue liriche hanno dentro, oltre ad una quotidianità che ci fa sentire con Lei, lo splendore del camminare - vivi - su questa terra, e il dono incontaminato della natura.
Ha ritmo di versi l'inizio dell'intensa prefazione di Tina Piccolo: «La malinconia è una pioggia lenta, sottile, che cade sui pensieri; è un albero nudo, una foglia nel vento, il sussurro di una perduta fanciullezza». Parole che da subito stabiliscono tra Sara, definita scrittrice tradizionalista, una sintonia con Verlaine di Canzone d'autunno, dove la pioggia cade con «sanglots longs», e - dice il poeta-: «je me souviens / des jours anciens / et je pleure».
Un premio ricevuto, l'Oscar per le Arti e le Lettere dell'Accademia Internazionale «G. Leopardi», è significativo di un'altra consonanza. In Sara c'è la solitudine, l'infelicità della sofferenza fisica che hanno reso quel poeta forse il più amato, universale perché in tanti hanno provato, almeno talvolta, il suo stesso dolore d'essere. La poesia per Eluana Englaro ci ricorda la Silvia leopardiana, ma Sara dà anche un giudizio etico: «Vittima innocente, uccisa senza pietà / da un'ignobile ed ingiusta giustizia».
Ricordo Minnie Alzona, autrice di Coma Vigile che scrisse insieme al figlio durante la sua riabilitazione, quando con coraggio in un convegno sull'eutanasia chiese: «C'è già stato qualche parente che abbia chiesto di staccar la spina?» Poteva infatti esserci una degenerazione: voler arrivare prima ad un'eredità o come nel caso del marito, già proiettato verso un altro matrimonio, che sancì contro la volontà dei genitori, la morte della giovane americana, su cui si dibatteva in contemporanea ad Eluana.
Direte: «Ma Leopardi ci ha lasciato l'Infinito». Altra straordinaria sintonia, in cui per Sara musica e canto perpetuano la vita oltre al tempo. L'ultima lirica del libro (dopo quella per Eluana) è dedicata a Pavarotti: «E le sue melodie riecheggieranno / per sempre nell'universo infinito».