Se la Tv militante non ha memoria e vive di déjà vu

Pietro Mancini

Caro Santoro, nel periodo del tuo dorato «esilio», da europarlamentare dell’Ulivo scrissi una lettera a Marcello Sorgi, allora direttore della Stampa, palermitano e profondo conoscitore dei problemi della sua terra, per polemizzare su un infelice tentativo «negazionista» della piovra mafiosa.
Quella tormentata regione non è affatto un’isola felice e tranquilla come era stata goffamente descritta da colleghi piuttosto inesperti. E tu sai bene che l’audience sale quando vanno in onda risse, insulti, e porte sbattute in faccia. E di questo repertorio, nell’ultima puntata di Anno Zero, non hai fatto mancare proprio nulla - Vedendo quelle immagini e ascoltando le immancabili e commoventi interviste agli orfani e alle vedove delle vittime di Cosa nostra abbiamo però avvertito una sensazione di déjà vu, di stanca e burocratica ripetitività.
Abbiamo pensato, Michele si è fatto tingere i capelli di biondo, ma non è cambiato: fa la sua Tv militante che non analizza realtà e soluzioni ma attizza il fuoco delle polemiche e scatena le opposte tifoserie. Ma sei proprio sicuro che, nel 2006, la manichea divisione tra la regione onesta, pulita, antimafiosa e «de sinistra» e quella infame, trafficona e berlusconiana dei politici e dei funzionari asserviti ai boss resti ancora convincente e coinvolgente?
In studio hai convocato a commentare i filmati un osservatore non proprio distaccato e imparziale: il sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, Antonino Ingroia. Avresti dovuto far spiegare dalla bella e brava contessina Beatrice Borromeo che Ingroia, negli anni ’90, fu uno dei magistrati più vicini all’allora capo della Procura Caselli, con il quale condivise le pesanti sconfitte processuali delle inchieste politiche, in primis quella del bacio tra Giulio Andreotti e Totò Riina? Sarebbe stato doveroso e onesto informare il pubblico che il dottor Ingroia è stato il pubblico ministero del processo a Marcello Dell’Utri e che, quando il senatore di Forza Italia in primo grado venne pesantemente stangato dai giudici esultò per il verdetto, esternando su giornali e tv.
E invece, purtroppo, hai omesso altri elementi: il braccio destro investigativo di Ingroia, l’ex maresciallo dei carabinieri Giuseppe Ciuro, è stato inquisito per lo stesso reato attribuito a Dell’Utri («concorso esterno in associazione mafiosa»). E non hai consentito al capitano dei carabinieri Ultimo, responsabile della cattura di Riina, di intervenire per replicare alle gravi accuse di Marco Travaglio sulle presunte responsabilità penali dell’ufficiale e del generale Mori, attuale direttore del Sisde, per la mancata perquisizione del covo del boss dei boss.
Quando la tua collaboratrice Rula Jebreal ha interrogato Ingroia sulla reale natura dei contrasti tra i sostituti «caselliani» e il dottor Grasso, non hai neanche precisato, come avresti dovuto, che la maggioranza dei magistrati della Procura di Palermo si espresse a favore della linea «garantista» nell’inchiesta a carico del governatore della Sicilia Totò Cuffaro.
Come hai dato largo spazio alle congetture di Ingroia sugli indimostrati e molto nebulosi scenari di infami trattative tra boss e politici, accreditando la tesi incredibile e gravissima di un Parlamento che nella scorsa legislatura avrebbe legiferato sotto dettatura dei mafiosi, hai scelto di tacere su quanti milioni di euro lo Stato abbia sprecato per dare retta alla linea giustizialista di alcune toghe, modellata sul tentativo, purtroppo non definitivamente archiviato, di delegittimare e di «mascariare», come si dice a Palermo, gli avversari politici. Un cordiale saluto.