Se il Vaticano blinda con il copyright le parole del Papa

Andrea Tornielli

In questi giorni alcuni quotidiani hanno riportato la decisione della Santa Sede di «blindare» con severi copyright tutti i testi del Papa attuale e dei suoi predecessori negli ultimi cinquant’anni, pretendendo l’immediato pagamento dei diritti d’autore da parte delle case editrici che hanno usato brani dei discorsi dei Pontefici. Emblematico è il caso del vaticanista Marco Tosatti, che ha curato per Baldini & Castoldi un piccolo «dizionario» del pensiero di Joseph Ratzinger, pubblicato un mese dopo l’elezione di Benedetto XVI: la Libreria Editrice Vaticana ha chiesto 15mila euro di diritti e la vicenda probabilmente finirà in Tribunale. Il copyright da parte dell’Editrice Vaticana sulla produzione dei Papi in realtà è sempre esistito e viene rinnovato ad ogni cambio di pontificato. In passato però la Santa Sede non pretendeva il pagamento dei diritti, considerando comunque un bene che le pubbliche parole dei Pontefici, rilanciate, riprese, studiate e divulgate su libri e giornali avessero la maggiore diffusione possibile. Nessuno mette in dubbio il diritto da parte del Vaticano di porre ordine in un campo vasto e disorganizzato, a partire dalla selva di titoli di Giovanni Paolo II, spesso pubblicati senza chiedere l’autorizzazione.
Negli ultimi tempi, però, la tutela del diritto d’autore nei sacri palazzi è diventata una priorità assoluta e ogni pubblicazione viene attentamente vagliata proprio per questo, con puntuale conteggio delle pagine di testo eventualmente riportate. Racconto ora un particolare che mi riguarda direttamente e che la dice lunga sulla vicenda, scusandomi per l’intervento in prima persona. Nel luglio 2005, per le edizioni Piemme, ho pubblicato un volumetto intitolato «I miracoli di Papa Wojtyla», dedicato alle segnalazioni di grazie ricevute da chi è venuto a contatto con Giovanni Paolo II. In appendice ho fatto pubblicare il testamento di Karol Wojtyla, che occupa complessivamente 9 delle 136 pagine del libro. Si badi bene: quel testo mi fu consegnato senza alcun copyright dalla Sala Stampa della Santa Sede perché lo divulgassi sul Giornale ed è stato effettivamente riprodotto integralmente su questo quotidiano come su diversi altri, nella settimana successiva alla morte del grande Pontefice polacco. Era stato dunque divulgato per intero su più organi di stampa e per volontà della stessa Santa Sede. Ho quindi pensato di aggiungerlo al libro. Peccato che, nel frattempo, con decreto dell’Eminentissimo cardinale Sodano, fosse entrata in vigore la «tagliola» del copyright, e che i diritti d’autore venissero estesi anche a quel testo.
È accaduto così che, tramite avvocato, la Libreria Editrice Vaticana (che è un organismo della Santa Sede) intimasse al mio editore un esborso immediato e salatissimo di 5mila euro, del tutto fuori mercato per i diritti di quelle nove paginette già integralmente pubblicate dai giornali. L’editore, da quanto mi risulta, pagherà fino all’ultimo centesimo, anche per non andare incontro a una possibile richiesta di sequestro del volume. Un libro che - come può ben immaginare chi mi conosce - non conteneva certo ingiurie o calunnie nei confronti di Giovanni Paolo II, ma invece raccontava della gratitudine verso di lui da parte di tanta gente semplice. Credo sia un episodio che si commenta da solo. Proprio ieri è stato reso noto il messaggio di Benedetto XVI per la giornata mondiale delle comunicazioni. Un passaggio contiene «L’appello ai media di oggi ad essere responsabili, ad essere protagonisti della verità e promotori della pace che da essa deriva». Il Papa osserva come vi siano nei media «alcune tendenze» che «possono generare una monocultura che offusca il genio creativo, ridimensiona la sottigliezza del pensiero complesso e svaluta la peculiarità delle pratiche culturali e l’individualità del credo religioso». Così conclude Benedetto XVI: «Queste degenerazioni si verificano quando l’industria dei media diventa fine a se stessa, rivolta unicamente al guadagno, perdendo di vista il senso di responsabilità nel servizio al bene comune». Parole, queste ultime, che dovrebbero far meditare un po’ tutti, non soltanto i giornalisti.