Se Veltroni fa resuscitare la filosofia

Ruggero Guarini

La filosofia non è morta. Forse lo era ma è appena risorta. È avvenuto a Roma, nei giorni scorsi, grazie a una manifestazione che si fregiava di un titolo perfettamente adeguato a un evento che si proponeva di essere, come in effetti è avvenuto, al tempo stesso pensoso e festoso, riflessivo e spensierato, cogitabondo e allegro, assorto e trasognato, insomma pesante come una raffica di sermoni e leggero come un diluvio di canzonette. Alludo ovviamente a quel gustosissimo Festival internazionale della Filosofia che dopo quattro giorni di intensissimi lavori si è chiuso domenica (sotto lo sguardo vigile e affettuoso dei suoi promotori, fra i quali spiccano il sindaco Walter Veltroni e il politologo Paolo Flores D’Arcais) in quel luogo di delizie sotterranee, vagamente infero, anzi necropolitano, che è l’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Il tema assegnato al Festival era «l’Instabilità». Espressione con la quale si è voluto alludere - va da sé - non soltanto all’insicurezza del nostro tempo bensì anche a quella, presumibilmente eterna, della condizione umana e dello stesso Essere. Del quale molti insigni pensatori invitati ad affrontare il delicato problema non hanno infatti mancato di evocare il carattere appunto instabile, cioè malfermo e traballante. Ci è stato perciò ricordato che siamo figli «di una realtà fluida e mutevole, o addirittura ingannevole, come mai lo era stata nelle epoche passate». Abitatori di «un’èra senza appigli e con pochissime certezze, in cui il mondo si è aperto a se stesso, in cui sono crollati molti muri e la sfida è diventata quella di ridefinire continuamente la propria identità e il proprio ruolo». Qualcuno ha osato osservare che «vivere è un rischio». Ma qualcun altro ha subito obiettato che anche il rischio «può essere un terreno di grande fecondità».
Questa faccenda della fecondità del rischio è stata affrontata in tutti i suoi aspetti (filosofici, scientifici, artistici, religiosi, politici e sociologici) non soltanto attraverso lezioni magistrali, incontri, tavole rotonde e confronti a due, bensì anche mediante eventi teatrali, musicali e artistici. Le prestazioni più miracolose, quelle cioè che hanno contribuito più potentemente ad assicurare la resurrezione della Filosofia, sono state comunque quelle del famoso quartetto Cacciari-Severino-Vattimo-Marramao, detti anche gli Ostetrici dell’Essere. Un certo interesse ha destato anche un intervento di Marc Augée, il filosofo francese che in un audacissimo libro ha osato esaltare il Genio del Paganesimo con la stessa verve con cui Chateaubriand esaltò quello del Cristianesimo. Molto apprezzato è stato altresì l’intervento della scrittrice Lidia Ravera (la quale ha tuttavia respinto l’invito del pubblico a rivelare il profondo ma finora purtroppo misconosciuto significato filosofico del suo romanzetto giovanile: il leggendario Porci con le ali).
Ma la vera star dell’evento è stato quel sublime esploratore di contrade metafisiche che pudicamente si cela sotto la barba di Eugenio Scalfari, il quale ha aggiunto alla manifestazione un tocco di genio al tempo stesso coreutico e speculativo danzando con la sua controfigura (il grande giornalista che porta il suo stesso nome) il famoso tango intitolato (come il suo primo libro propriamente filosofico) «Incontro con Io».
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