SE IL VESCOVO FA IL TIFO PER MAOMETTO

Per Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi si è rivolto ai suoi fedeli con un discorso nutrito di citazioni suggestive e di grandi insegnamenti della Chiesa. Il linguaggio del pulpito e delle pastorali mi ha sempre affascinato, per il suo continuo appellarsi a una fede millenaria. Provo perciò disagio - da laico - nel muovere osservazioni ad alcuni passaggi che mi sembra scadano dal verbo religioso all’imperversante «politicamente corretto». Tettamanzi insiste sull’esigenza del «dialogo»: aggiungendo che esso «esige come condizione fondamentale l’attenzione all’altro, la propensione ad ascoltarlo e perfino comprenderlo, anche quando non se ne condividono le vedute».

Giustissimo. Ma, con tutto il rispetto, questa è la semplice enunciazione di principi liberali piuttosto collaudati e risaputi, anche se in realtà non sempre applicati. È bene che anche la Chiesa li ribadisca. Ma penso che i credenti veri s’aspettino dal pastore un messaggio trascendente, un richiamo a verità eterne. I precetti di buona creanza civica li può declamare - il più delle volte senza crederci - qualsiasi comiziante. So che il famoso dialogo manda in sollucchero una certa sinistra sempre rivendicante una sua superiorità culturale e morale, eppure spesso incline all’insulto. Ma il fariseismo degli antipatici non è mai piaciuto al gregge dei devoti, degli umili, se volete degli ingenui. Mi auguro che non piaccia nemmeno al cardinale.

Oso un altro appunto. Dopo frasi ispirate, l’arcivescovo Tettamanzi si occupa d’un problema pratico: dove trovare «tempo e spazi adeguati» per rendere più umana la vita quotidiana? Ed ecco l’amara diagnosi. «Abbiamo bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della città. Ne hanno un bisogno ancora più urgente le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all’Islam». Una crociata - scusate la contraddizione - per le moschee? L’arcivescovo si batte per i luoghi di culto d’una religione che, là dove ha potere, considera reato il proselitismo cristiano?

Aborro sia i veti sia i ghetti. E non voglio aver l’aria di dare suggerimenti a chi di sicuro non ne ha bisogno. Ma le chiese cristiane vuote o semivuote, le vocazioni sacerdotali languenti, gli attacchi - nel nome d’un anticlericalismo d’antàn - a simboli e riti del cattolicesimo sono forse più che le moschee e prima che le moschee temi di dibattito attuale e drammatico. O, se Tettamanzi preferisce, di dialogo.