Ma se vince Barack saranno guai

Quel che gli europei, e segnatamente gli italiani, pensano di Barack Hussein Obama importa meno di nulla agli americani che oggi votano il loro presidente. Non che gli elettori non sappiano che la scelta che faranno influenzerà anche le sorti del resto del mondo, ma per fortuna mantengono un equilibrio e un senso di quel che è bene per l’America che noi non conosciamo, purtroppo.
Ma anche per questa ragione il nostro dibattere furiosamente su chi sia il miglior presidente, chi l’innovativo, il carismatico, l’affascinante, l’erede di Kennedy, chi invece il vecchio, lo stanco, il noioso, l’erede di Bush, è un po’ ridicolo. Nessun cretino e nessun comunista diventa presidente di quel Paese, e anche quando viene eletto uno poco capace, come è successo con Jimmy Carter, il ruolo straordinario attribuito al capo di Stato e comandante delle forze armate è tale che il secondo mandato l’incapace non lo vince. Negli ultimi 40 anni, oltre a Carter, gli americani hanno avuto un solo altro presidente democratico, per otto anni, rieletto nonostante lo scandalo e il tentato impeachement. Si chiama Bill Clinton, è stato un grande statista, baciato anche dalla fortuna di un’età dell’oro dell’economia americana. Ma Bill Clinton è stato anche un centrista, come usiamo dire noi con brutto termine, un liberale moderato. Detesta Obama, anche se gli è toccato un comizio, uno solo, di abbraccio con il candidato. Sa che è un protezionista selvaggio, che è contrario infantilmente alla costruzione di nuove centrali nucleari, che ritirerà incoscientemente le truppe dall’Irak, che nessun economista di alto livello, come ha giustissimamente scritto ieri Nicola Porro, citando il no a Obama del premio Nobel 2004, Edward Prescott, indignato per un programma che renderebbe gli Stati Uniti simili alla depressa Europa, accetterebbe di lavorare con lui.
Bill Clinton, e chiunque conosca bene il candidato repubblicano, sa anche che John McCain si è sempre battuto contro le due agenzie governative che hanno favorito la bolla speculativa sui mutui. Sa anche che aumenterebbe le truppe in Irak fino a pacificare definitivamente quel Paese e con quello aiutare l’intera area contro le dittature e contro il terrorismo. Sa che McCain sarebbe pronto a costruire 45 centrali nucleari, e queste sono gli unici veicoli che i Paesi occidentali hanno per staccarsi dalla dipendenza energetica dal petrolio.
Certo, McCain ha meno carisma di Obama. Ma di qui a paragonare Barack a Silvio Berlusconi ce ne passa molto. Non solo perché un presidente degli Stati Uniti è molto di più e qualcosa di molto diverso da un presidente del Consiglio dei ministri italiano; non solo perché attribuire a qualche statista il successo solo per una capacità di rompere le regole e di avere carisma è ben poco e anche un po’ pericoloso rispetto alle sorti di una democrazia. Ma anche perché veramente non è così, veramente qualunque politico americano non assomiglia a nessun politico italiano ed europeo.
Infine, nell’augurarmi, da cronista ventennale di politica internazionale, che non vinca Barack Obama, oppure, nonostante non sia né un cretino né comunista, ma solo un populista poco esperto e poco capace, saranno guai per molti, mi domando che cosa la visione di Barack Obama c’entri con la riforma della scuola dell’attuale ministro della Pubblica istruzione. Se è così, devo andare a rileggermi quella riforma, preoccupandomi.