Se il «vincente» Pisapia prende meno voti dello sconfitto Ferrante

L'analisi del primo turno: la Moratti perde<BR> 80mila voti, il suo sfidante ne conquista 3.500<BR> meno del candidato del centrosinistra che fu<BR> sconfitto nel 2006. I «grillini» pescano<BR> consensi a destra. Per il sindaco il duello<BR> del ballottaggio è difficilissimo ma non<BR> impossibile

Il «vincente» Pisapia peggio dello sconfitto Ferrante; la Moratti sindaco davvero uscente; Milano bipolare nonostante tutto. Questo in estrema sintesi il risultato di un pur sommario confronto fra il primo turno delle comunali 2011 e quello che nel 2006 portò alla vittoria l'ex presidente della Rai.
Mettendo fra parentesi le percentuali, veniamo ai numeri assoluti, che sono gli unici che contano davvero nelle analisi elettorali, con la premessa che nei cinque anni che separano le due votazioni gli elettori milanesi sono diminuiti di circa 34mila unità (da 1.031.099 a 996.400) e che i votanti sono invece calati di quasi 23mila (da 695.912 a 673.185).
Cominciamo dal centrodestra. Nel 2006 Letizia Moratti fu votata da 353.410 milanesi (51,97%) e dopo un mandato di governo a Palazzo Marino è stata indicata per la riconferma da 273.401 milanesi (41,58%). La coalizione che la appoggiò nella sua prima campagna elettorale comunale conquistò la fiducia di 328.475 elettori (46,98%) e quella che si è presentata a suo sostegno ha preso 257.777 voti (43,28%). In cinque anni, dunque, la Moratti ha perso 80.009 sostenitori e il centrodestra milanese 70.698 voti.
Politicamente i conti non tornano. Neppure partendo dall'ipotesi di scuola che tutti i 23mila elettori milanesi che votarono nel 2006 per disertare le urne domenica e lunedì siano stati impediti di votare stavolta da motivi di forza maggiore e siano tutti supporter della Moratti. E neppure accreditando come voti di centrodestra in libera uscita tutti quelli conquistati dal cosiddetto terzo polo casinian-finiano (27.328 pari al 4,58%) e quelli andati a Manfredi Palmeri, il suo candidato sindaco (36.471 pari al 5,54%). O le briciole, che però al ballottaggio potrebbero fare la differenza, conquistate dall'ex ministro del Carroccio Giancarlo Pagliarini (Lega Padana Lombardia e Lista Civica per il Federalismo), che ha preso 4.200 voti, e dai candidati sindaco di Forza Nuova e Pensionati, che rispettivamente hanno raccolto il consenso di circa 2.300 e 1.600 elettori milanesi.
Tornando al terzo polo c'è da dire che i partiti dei leader che lo guidano, Fini e Casini, nel 2006 a Milano sostenevano la Moratti. E che nonostante le novità rappresentate dalla formazione centrista e dalla lista Cinque stelle di Beppe Grillo, che si sono dichiarate equidistanti da centrodestra e centrosinitra, la stragrande maggioranza dei milanesi è rimasta fedele al bipolarismo: nel 2006 i due candidati più votati conquistarono insieme il 98,95% dei voti espressi, due giorni fa l'89,62%. Dieci punti in meno non sono pochi ma rappresentano un pacchetto di voti inferiore a quello perduto dalla Moratti. E probabilmente molto inferiore alle aspettative dei «terzisti» Fini e Casini. Anche perché a loro di quel dieci per cento è andata poco più della metà.
E veniamo al centrosinistra e al suo risultato che ha sorpreso molti commentatori ma che è sostanzialmente in linea con il dato del 2006, che aveva reso possibile la vittoria al primo turno dell'attuale sindaco uscente di centrodestra. Il 28 maggio di cinque anni fa il centrosinistra milanese si presentò agli elettori con un ex prefetto, Bruno Ferrante, candidato sindaco e con una coalizione che replicava l'Unione antiberlusconiana (da Rifondazione ai Pensionati passando per Mastella e i Consumatori) che un mese e mezzo prima aveva faticosamente battuto il centrodestra alle elezioni politiche.
Ebbene, anche se il centrosinistra milanese dal 2006 al 2001 guadagna oltre 11mila voti (da 270.232 a 281.494), cinque anni fa le schede con la croce sul nome di Ferrante furono 3.500 in più di quelle con il consenso a Pisapia (319.487 contro 315.862). Certo, nel 2006 gli elettori che andarono alle urne furono quasi 23mila in più e al posto del «grillino» Mattia Calise che ha preso 21.228 voti c'erano il candidato del Partito umanista (che ne prese 752) e quello di Lista comunista (392). Ma resta il paradosso di un candidato giudicato grigio come Ferrante che prese molti più voti personali (la differenza fra i voti al candidato sindaco e la somma dei voti ai partiti della sua coalizione) dell'osannato Pisapia. E resta anche il fondato sospetto che il «grillino» Calise abbia pescato voti a sinistra ma anche a destra. Anche perché alle comunali il potenziale elettorale del centrosinistra milanese è quello che è.
Insomma, la battaglia del ballottaggio è aperta e per il centrodestra l'impresa di ribaltare il risultato del primo turno è molto difficile ma non impossibile. La Moratti e i partiti che la sostengono hanno meno di due settimane per convincere 80mila milanesi che cinque anni fa le avevano dato fiducia a farlo di nuovo.