«Se vinci, mangi: così in Africa ho imparato che cos’è il calcio»

nostro inviato a Appiano Gentile

Sabato 22 novembre, 13ª giornata, Inter-Juventus 1-0, gol di tacco di Muntari al 27' st, Milan a -4, Juventus a -6, Mourinho: «Inter fantastica», Ranieri: «Vittoria meritata», Muntari: «Ho giocato male e ho fatto un gol fortunoso».
Sulley Muntari da Konongo, Ghana, non si chiama Muntari. Cioè Muntari non è il cognome, è solo il suo nome, ma questa è un'altra storia, prima ancora era uno che girava a piedi scalzi a Zongo, il villaggio-quartiere della sua città. «Avevamo messo assieme i soldi per comprare un pallone, io e altri sei amici. Al sabato mattina ci mettevamo in marcia e andavamo al quartiere più vicino dove c'era il campo di calcio e li sfidavamo, tiravamo su dieci o venti euro e ce li giocavamo. Finita la partita ci rimettevamo in marcia e andavamo al villaggio successivo, altra sfida, poi un'altra sfida, fino al tramonto».
Bella vita...
«Sì, solo che alla sera dovevamo tornare a casa e magari eravamo a chilometri e chilometri di distanza, sempre a piedi».
Tornavate con i soldi?
«Eravamo forti e non avevamo paura di nessuno. Cioè, noi facevamo credere agli altri di non aver paura di nessuno».
E invece?
«Invece mamma Kandè quando mi vedeva arrivare si arrabbiava perché capiva che non ero andato alla scuola araba. Io sono musulmano ma i miei amici erano tutti cattolici. Noi musulmani al sabato e alla domenica dobbiamo andare a scuola di Corano, lei credeva che fossi lì, invece ero andato a giocare a pallone. E se tornavo senza i soldi era peggio ancora perché erano calci in culo: si dice così?».
Poveretta...
«Si arrabbiava e mi mandava subito a prendere l'acqua, a fare la scorta».
Ma tornavate con i soldi?
«Con i soldi mangiavamo. Dividevamo e mangiavamo».
Ma questo è professionismo...
«Avevo 14 anni, quindici, non avevamo neanche le scarpe. Prima di cominciare si faceva testa o croce, la squadra che perdeva doveva giocare a torso nudo, per distinguerci».
E come è finita?
«Se vinci mangi».
E durante la settimana?
«Mamma Kandè aveva troppe cose da fare, tre maschi e una femmina, pochi soldi. Andavo a scuola altrimenti erano calci in... Poi al pomeriggio facevo il lavandaio per la prima squadra della mia città. Dopo l'allenamento prendevo tutto e lo portavo a casa, lavavo per bene e il giorno dopo le divise erano pulite. Loro mi dicevano: bravo, oggi giochi con noi gli ultimi cinque minuti. E così mi facevo le ossa».
Lì da voi i vivai sono roba forte...
«Io avevo paura, loro erano tutti grandi e grossi. Poi un giorno è venuto uno del Kokoto, la squadra più forte del mio Paese, e mi ha chiesto se volevo andare a giocare con loro. Io non volevo ma avevano già parlato con mamma Kandè e lei aveva dato la sua parola. Era meglio non contraddire mamma Kandè altrimenti... Ma lei era buonissima, quando qualcuno veniva a casa nostra a dire che a suo figlio gli avevo fatto questo o quest'altro, lei mi difendeva sempre perché sapeva che io non rubavo. Agli altri no, ma a lei qualche spicciolo sì...».
Era già una tempesta?
«Sono emotivo, forse mi carico troppo. Ma la gente ha sempre creduto che io facessi apposta per farmi sbattere fuori perché volevo andare in un’altra squadra. Invece io mi pentivo subito e mi dicevo: Sulley, non farlo mai più».
E al Kokoto come è andata?
«Sono venuti quelli del Liberty Professional e la vita è cambiata, a 17 anni mi ha comprato l'Udinese, poi un anno al Portsmouth, adesso l'Inter. Essien mi fa: vai tranquillo, lì c'è Mourinho, ti troverai bene».
Conferma?
«Prima della partita lo guardo negli occhi e lui mi carica. Anche se non mi rivolge la parola».
Adesso c'è ancora Juve-Inter, stesso programma?
«Mi piacerebbe poter dire che ho giocato bene».